L’Arminuta, storia di ritorni non voluti

L’Arminuta è il nuovo romanzo di Donatella di Pietrantonio. Storia d’Abruzzo e di anni ’70, racconta di una bambina affidata dalla famiglia d’origine a quella di un lontano cugino, e poi restituita all’età di tredici anni. Il trauma del cambio di contesto e dell’abbandono fanno della giovane protagonista un’adulta prima del tempo. Scorrevole, poetico, bellissimo.

L'Arminuta, Donatella di Pietrantonio, Einaudi,, 2017. 176 pp. Immagine da einaudi.it
L’Arminuta, Donatella di Pietrantonio, Einaudi,, 2017. 176 pp. Immagine da einaudi.it

Con L’Arminuta, Donatella di Pietrantonio racconta una storia amara d’Abruzzo e di anni ’70. Parla della sua terra spaccata a metà; colline e città di mare, fame e pranzi a base di pesce fresco, l’asprezza del dialetto e l’eleganza dell’italiano. Anche la giovane protagonista senza nome è spezzata: divisa fra quelle due facce del suo Abruzzo e le due famiglie cui la vita l’ha destinata. Nata nel ‘paese’, un padre rimasto senza lavoro, una madre che deve accudire già troppi figli, ancora in fasce viene affidata dalla famiglia d’origine a quella di un lontano cugino. Cresce fortemente desiderata ed amata in quella nuova famiglia di città, inconsapevole dello sradicamento subito, fra lezioni di danza e gare di nuoto, giornate al mare e pomeriggi di confidenze con l’amica più cara. Poi subisce il trauma di vedere quella che ritiene sua madre costretta a letto, debole e preda di nausee che lei, tredicenne, non è in grado dispiegarsi. Segue il trauma ancora più sentito dell’abbandono: la protagonista è riconsegnata dal padre alla famiglia d’origine, senza motivazioni e senza nemmeno un saluto da parte di sua madre; solo l’affetto impacciato – tutto racchiuso in una coppa di gelato del suo gusto preferito – di quell’uomo, che la accompagna alla porta della vecchia casa sconosciuta.

La ragazza deve dire addio al suo contesto agiato per conoscere una situazione fatta di miseria, in cui non ha un’identità propria, ma è solo ‘l’arminuta’, la ritornata. Perde quella che pensa essere la sua famiglia, il calore della sua casa, le sicurezze della sua vita. Conquista invece una confusione tutta nuova per lei, con le domande che si susseguono originate dal suo inconscio tanto quanto dai fratelli che la scherniscono: qual è la mia casa? Qual è la mia famiglia? Fino alla consapevolezza finale di avere due madri e nessuna madre: una madre che le ha dato la vita, una che l’ha cresciuta, e nessuna che la ami incondizionatamente, come nella sua concezione delle cose dovrebbe essere. La sofferenza più grande le deriva dalla mancanza di una motivazione dell’abbandono: desidera saperne la ragione, e allo stesso tempo teme di sentirsi spiegare cosa ha spinto sua madre a restituirla. Poi nasce anche la paura di un’ulteriore scambio di famiglia, quindi la difficoltà a legarsi alle persone che la circondano.

Ma nello smarrimento, la protagonista sa trovare se stessa. Non si lascia cambiare dal nuovo ambiente, persiste nei suoi modi educati, nel suo italiano corretto, nei suoi battement tandu con le scarpe da punta eseguiti in cucina. Allo stesso modo, quando lascia il paese per frequentare il liceo, non perde la genuinità acquisita e l’attaccamento ormai forte alla famiglia che ha ritrovato. L’apparente ostilità, infatti, lascia pian piano spazio ad un modo proprio della ragazza di scambiarsi confidenze con la madre biologica, e ad un rapporto di affetto purissimo con la sorella. La sorella, che parla il dialetto dell’entroterra ed ha quelle maniere spicce che tanto imbarazzano la protagonista; che il pesce fresco non l’ha mai mangiato in vita sua e che il mare non l’ha nemmeno mai visto; che divide il letto con lei e puntualmente, ogni notte, bagna il materasso nel sonno. Eppure, è in quella bambina che l’arminuta ritrova il senso vero di famiglia, il calore della sua casa e le sicurezze della sua vita.

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