Victoria, realtà a confronto nella Berlino della strada

Dopo due anni di attesa arriva in Italia ‘Victoria’ di Sebastian Schipper, un unico piano sequenza che segue la rovinosa caduta verso il fondo dell’abisso di una gang di piccoli delinquenti

 

La vita in una città lontana da casa, l’ebbrezza della libertà e dell’indipendenza, il fascino delle cattive compagnie e del rischio, costituiscono un mix di fattori irresistibili per una ventenne da poco giunta a Berlino da Madrid, e sono inoltre terreno fertile in cui il regista Sebastian Schipper può far affondare le radici del suo “Victoria”, finalmente approdato – con due anni di ritardo rispetto dall’uscita nelle sale tedesche – anche in Italia, distribuito da Movie Inspired.

Victoria, giovane arrivata Berlino da tre mesi, di giorno lavora in una caffetteria, la notte si dedica ad esplorare la città ed i suoi mille angoli bui. All’uscita da un locale decide di intrattenersi con una sgangherata gang di coetanei, capitanata dall’intraprendente Sonne, che le promette di mostrarle la vera Berlino, quella che si vive esclusivamente per strada.
Sul finire della nottata, i nuovi amici coinvolgono la ragazza in una rapina che sconvolgerà brutalmente la sua quotidianità. Schipper confeziona un prezioso film di 2 ore e 20 completamente girato in piano sequenza, un affresco di un mondo e di una realtà tedesca che raramente viene offerta dal cinema.

Il film può essere facilmente spaccato in due metà – quasi simmetriche – che immortalano esempi di vita incompatibili tra loro e mescolano generi svariati. La prima metà appare come un comunissimo film young adult che mette in comunicazione tra loro giovani che appartengono a realtà diametralmente opposte: la curiosità di una giovane straniera e la sbandata esistenza di ventenni tedeschi abituati a vivere lo squallore della strada, tra bettole, supermarket gestiti dai turchi, tetti di casermoni abbandonati.

Loro si definiscono “i veri berlinesi”, quelli che provengono dal miscuglio delle razze, quelli a cui la vita ha insegnato ad essere violenti e a trasgredire alle regole. Victoria, la protagonista, si confronta con loro, si lascia ammaliare dalla loro libertà e dalla loro totale mancanza di senso del dovere, tanto da perdere ogni percezione del limite tra gioco e vita reale.

La rapina mette a dura prova tutti i giovani delinquenti, che si dimostrano incauti, ingenui e poco meticolosi, facilmente influenzabili. La mancanza di sangue freddo, di esperienza, e il pressapochismo con cui si accingono a commettere un crimine non è altro che la proiezione di quella ostentata sicurezza di poter conquistare il mondo, che Schipper sembra voler imputare come colpa alla loro generazione.

“Victoria” racconta una storia avvenuta in meno di dodici ore, una mezza giornata destinata a devastare le vite di ragazzi qualunque, un brevissimo lasso di tempo in cui amore e morte si aggrovigliano irrimediabilmente in una trappola da cui è impossibile uscire indenni.
La fluidità di una narrazione organica, il sempre più rimarcato potere dell’improvvisazione in una lingua straniera – il film è completamente parlato in inglese da un cast composto da tedeschi e spagnoli – contribuiscono a rafforzare la veridicità di una vicenda facilmente riconducibile a tante altre già portate sul grande schermo.

La freschezza e l’ingenuità, abilmente nascoste sotto un velo di spavalderia e di prepotenza, servono a rafforzare e ad innescare un agguerrito ping pong tra aspirazioni e frustrazioni: il divario tra volere e potere viene, scena dopo scena, ad ampliarsi fino a raggiungere un punto di non ritorno. Si precipita rovinosamente e non ci si rialza, se non irrimediabilmente compromessi.

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