Chanel N°5 e sterco bovino: etnologia dell’igiene e dei profumi.

Il significato di un gesto quotidiano come la doccia pare assolutamente ovvio. Ci si lava per eliminare lo sporco; sembra quasi una tautologia.  Tuttavia, non è per nulla scontato cosa consideriamo sporco e cosa consideriamo invece una buona igiene personale.

Secondo l’antropologa britannica Mary Douglas (1921 – 2007), pulirsi non è affatto soltanto una questione di conoscenze scientifiche (per esempio riguardo l’esistenza di batteri nello sporco), ma è anche l’espressione di una ben precisa visione (diversa per ogni popolo) riguardo l’uomo e il suo posto nel mondo. Sempre secondo la Douglas, “non esiste qualcosa come lo sporco in assoluto” e la sua eliminazione non sarebbe un semplice atto di rimozione, quindi di negazione, ma al contrario un’azione creativa che risponde ad una precisa cosmologia o identità che in questo modo vengono affermate.

Le pratiche igieniche sono infatti moltissime e diverse fra loro a seconda della cultura di appartenenza e delle risorse disponibili nei vari ambienti.
Vengono subito alla mente le pratiche tipiche di alcune importanti religioni, come le abluzioni rituali di alcune tradizioni musulmane o ebraiche; si tratta di espedienti attraverso i quali il singolo si allontana da ciò che è considerato impuro (e non solo “sporco”), spesso in occasione di un avvicinamento particolare alla divinità. Sono tuttavia moltissimi i motivi che portano un popolo a lavarsi in una maniera o nell’altra: per i bramini Havik (residenti in India) tutto ciò che fuoriesce dal corpo è impuro, e quindi è necessario lavarsi le mani e cambiarsi d’abito anche solo dopo che ci si è toccati le labbra (e quindi la saliva). Nelle latitudini proibitive dell’Alaska, la mancanza di detergenti e di acqua liquida rende la neve mischiata all’orina lo strumento perfetto per la toeletta degli Inuit, mentre in moltissime parti del globo si utilizzano sostanze derivate da bacche, frutti e radici varie (in occidente questo tipo di prodotti naturali sono spesso tra gli ingredienti degli shampoo più costosi).

Sempre legata all’igiene, la profumazione è una pratica molto interessante per mostrare le tesi di Mary Douglas. Molto spesso ci si profuma con odori “buoni”, mentre si cerca di eliminare quelli “cattivi”. Il fatto è che “buono” e “cattivo” non sono giudizi universali e diverse culture hanno elaborato diversi modi di intenderli. Un’esempio particolarmente significativo è quello dei Dassanetch (Etiopia). Tra i Dassanech esistono due principali classi: pastori e i pescatori, dei quali i primi sono gerarchicamente superiori ai secondi. Ebbene, mentre i membri di questo popolo ritengono che i pescatori emanino cattivo odore, i pastori si avvolgono dell’odore dei propri animali, simbolo di superiorità sociale. In altre parole, i pastori si lavano le mani con l’orina dei propri animali e si imbrattano il corpo con i loro escrementi. E’ questo che conferisce ai pastori il “profumo” di cui vanno fieri e che li distingue dai pescatori. In questo modo l’odore entra effettivamente a far parte dell’espressione di una cosmologia e antropologia propria dei Dassanetch, e fornisce un utile spunto per riflettere riguardo le pretese di assolutezza della cultura occidentale.

Fonti: Fare Umanità di Francesco Remotti

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