GPA: cos’è e come funziona davvero

In Italia, l’avversione nei confronti di quella che va chiamata “gestazione per altri” unisce numerosi gruppi cattolici, alcuni membri della comunità LGBT  e alcune frange di movimenti femministi.

Ad esempio, lo scorso 16 marzo la Casa dei Diritti di Milano ha ospitato la contestatissima conferenza “Il mercato della gravidanza non è un diritto. E’ ancora possibile sottrarre la nascita al business?”, organizzata dalla rete femminista RUA, Resistenza all’Utero in Affitto. Nonostante la promessa di un dibattito aperto, l’accostamento di termini come “mercato” e “business” a “gravidanza” e “nascita” non lasciava posto a fraintendimenti sulla posizione di condanna dei relatori.

 La questione rimane molto dibattuta e occorre garantire la libertà di opinione sul tema. Molte delle argomentazioni utilizzate da chi è contro la GPA si fondano però su luoghi comuni non corrispondenti a verità o su situazioni che non rispecchiano la globalità degli scenari possibili: il risultato è quello di una grande confusione.

La gestazione per altri, o GPA, è un procedimento che vede una donna mettere a disposizione di terzi il proprio utero per portare avanti una gravidanza; la donna non avrà il ruolo di genitore della prole dopo il parto, nemmeno in caso di una situazione “aperta”, in cui il bambino potrà in seguito conoscerla e frequentarla. I genitori del bambino in questione sono a tutti gli effetti  i richiedenti, che utilizzino il proprio materiale biologico o meno: si tratta di single e coppie, eterosessuali e omosessuali. La GPA può assumere la forma tradizionale in cui, tramite inseminazione artificiale, viene fecondato un ovulo della portatrice, la quale è quindi anche genitore biologico, oppure quella gestazionale, che prevede invece l’impianto nella madre surrogata di un embrione realizzato in vitro con l’ovulo di un’altra donna.

Già con l’uso dell’impropria espressione “utero in affitto”, la GPA è stata spesso associata ad una forma di mercificazione del corpo femminile e di sfruttamento di donne disperate. Questo genere di considerazioni nasce dal fatto che, in alcuni dei Paesi in cui la GPA è legale, le portatrici possono ricevere un compenso oppure un rimborso delle spese sostenute in gravidanza, come avviene nelle cosiddette maternità altruistiche. Per questo motivo, chi è contro le istanze del movimento LGBT (e non solo) afferma in maniera molto sprezzante che “le coppie gay comprano i bambini” e che “sfruttano le donne povere del terzo mondo”. L’uso della GPA viene infatti associato per lo più all’omogenitorialità maschile.

Sono dichiarazioni molto gravi e piene di inesattezze, che sviliscono in maniera crudele gli affetti di molte famiglie e come afferma il giornalista Claudio Rossi Marcelli, padre tre volte grazie alla GPA, “tutti i bambini, a prescindere da come sono nati, meritano di essere trattati con rispetto“. È assolutamente necessario dunque fare chiarezza.

In primo luogo, occorre ricordare che le modalità in cui è possibile accedere e fare ricorso alla GPA variano di Paese in Paese.

Nonostante la maternità surrogata sia stata strumentalizzata in maniera pretestuosa contro la stepchild adoption del DDL Cirinnà, in Italia l’articolo 12 della Legge 40 sulla procreazione assistita vieta espressamente tale procedimento. Praticare o pubblicizzare la surrogazione è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600.000 a un milione di euro. Grazie alla sentenza del caso Campanelli-Paradiso del 27 gennaio 2015, è diventato però possibile, in linea di massima, fare uso della GPA all’estero dove consentito e poi, tornati in Italia, essere dichiarati genitori del bambino. Questo non rappresenta però un facile traguardo per le coppie omosessuali italiane, che incontrano ostacoli importanti non solo sul fronte economico, ma anche su quello legale. La prima ordinanza ad aver riconosciuto come genitori legali di due gemelli nati con GPA entrambi i loro padri è stata, infatti, pronunciata soltanto il 23 febbraio 2017 dalla Corte d’Appello di Trento. Si è trattato però della trascrizione e del riconoscimento di un atto di nascita redatto all’estero: va, infatti, ricordato che l’omogenitorialità non è normata in Italia. Se si eccettuano alcune famiglie riconosciute da sentenze della Cassazione, in una coppia omogenitoriale soltanto il genitore biologico ha diritti e obblighi nei confronti della prole, mentre il genitore sociale ne è escluso.

GPA

I Paesi in cui è legale la gestazione per altri in forma retribuita sono: Armenia, Georgia, Bielorussia, Russia, parte degli Stati Uniti (Arkansas, Vermont, California, Florida, Illinois, Texas, Massachusetts), Sudafrica, Ucraina e Thailandia. Di questi, solo Armenia, USA e Sudafrica consentono l’accesso alla pratica alle coppie omosessuali: statisticamente, per questioni di accessibilità, sono dunque le coppie eterosessuali a usufruire maggiormente della maternità surrogata a pagamento.

Viene invece consentita soltanto la GPA in forma altruistica in Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Israele, Grecia, Honk Kong, Paesi Bassi, Regno Unito, Ungheria e parte degli Stati Uniti (New York, New Jersey, New Mexico, Nebraska, Virginia, Oregon e Washington). In molti di questi Stati esistono tuttavia forti restrizioni: in Israele, ad esempio, possono accedervi solo coppie di cittadini israeliani, in Grecia sia i richiedenti che la portatrice devono essere residenti, mentre Honk Kong permette ai richiedenti solo l’uso dei propri gameti. Inoltre, in molti dei Paesi in cui la GPA altruistica è legale, è espressamente vietata quella con remunerazione: in alcuni Stati australiani come New South Wales e Queensland è addirittura previsto il carcere per i cittadini che vi fanno ricorso all’estero.

Sovrapporre il tema dello sfruttamento a quello del compenso delle gestanti significa però confondere tra loro due differenti discorsi.

In Nepal e India, un tempo mete molto frequentate da coppie eterosessuali e omosessuali, dal 2015 la pratica della surrogazione retribuita è divenuta illegale per le coppie di stranieri, in seguito a numerosi scandali internazionali riguardanti lo sfruttamento delle gestanti. Le situazioni di abuso di donne indigenti costrette dalle proprie famiglie sono, però, probabilmente ancora in corso in cliniche private: piuttosto che a tutelare le gestanti, la misura legale sembra mirare a evitare sanzioni internazionali da parte di agenzie ONU o forme di embargo. Queste donne, per cui è effettivamente difficile disporre liberamente del proprio corpo, sono una declinazione dello sfruttamento dei paesi occidentali del cosiddetto Primo Mondo nei confronti del Terzo Mondo. A questo tipo di mercato possiamo affiancare quello degli organi o quello della prostituzione, ma solo nell’ottica appunto dell’abuso compiuto da Paesi più ricchi nei confronti di Paesi più poveri, non di una effettiva specificità della mercificazione del corpo femminile.

Dove è permessa la surrogazione dietro compenso, le autorità statunitensi si assicurano che le portatrici non vivano in una situazione di bisogno: devono essere già madri, devono avere un reddito minimo, devono essere libere di scegliere i richiedenti e nel caso di situazioni “aperte” possono venire in contatto con il bambino, qualora tutte le parti acconsentano. Si tratta in questi casi di accordi consensuali secondo uno schema win-win, con un vantaggio da entrambe le parti e con la garanzia della libera scelta. Considerando che negli USA è possibile ricevere un pagamento per la donazione di sangue, ovuli e sperma, il dilemma etico riguardante la mercificazione del proprio corpo non sembra costituire un particolare impedimento, a differenza di quello che avviene nella realtà europea, dove tali donazioni sono invece per legge per lo più gratuite e disinteressate.

Nonostante le diversità culturali, emerge quanto risulti ancora molto disturbante l’idea che una donna detenga il controllo del proprio corpo anche per quanto riguarda qualcosa di “sacro” come la maternità.

In realtà sono numerose le testimonianze di madri surrogate che hanno intrapreso consapevolmente questa scelta e che riconoscono nei richiedenti i veri genitori. La canadese Cari Lorman, madre surrogata nel 2015, in un’intervista per “The Globe and Mail” spiegava così la sua relazione con la bambina che aveva partorito:

Per me è come se fosse la figlia di un amico davvero speciale. Sono fiera di aver avuto la capacità e la forza d’animo di mettere al mondo una vita così bella. È stata la stessa sensazione che ho provato con i miei figli, ma senza il legame che si crea allevandoli ed educandoli. Quella bambina non era mia. Non provavo alcun attaccamento, alcun desiderio di essere sua madre. Ma sono in contatto con i genitori e seguo la sua crescita.”

Alla domanda su cosa volesse che gli altri capissero della maternità surrogata, Lorman rispondeva:

“La cosa più importante da capire è che questi non sono figli nostri. Non sto dando via il mio bambino, sto portando in grembo il figlio di altre persone, alle quali lo restituirò quando sarà nato”.

Molto interessante inoltre il lavoro di documentazione della giornalista e scrittrice Serena Marchi, che ha raccolto nel volume “Mio tuo suo loro” le storie e le testimonianze di madri surrogate volontarie. Marchi ha viaggiato attraverso Europa, USA e Canada per incontrare ed intervistare di persona donne che hanno scelto di intraprendere il percorso della surrogazione. L’intento dell’autrice è quello di dare un volto e una voce ad una figura, che, pur rivestendo un ruolo centrale nel processo della gestazione per altri, è stata spesso ignorata e stereotipizzata. Senza mai esprimere giudizi, in “Mio tuo suo loro”, vengono invece rappresentati i contesti economici e familiari estremamente vari delle portatrici, accomunate dalla volontarietà della decisione.

Per denaro, per interesse, per altruismo, per senso di responsabilità, per amicizia, per amore: qualunque essa sia, non viene mai indagata la validità della motivazione di ciascuna intervistata. L’interesse dell’autrice è infatti quello di testimoniare la presenza di una legittima decisione da parte della donna e della necessità di rispettarla anche quando non la si condivide.

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