Non è un paese per giovani, la linearità della contraddizione

L’ultimo film di Giovanni Veronesi, “Non è un paese per giovani” è un contraddittorio e poco funzionale racconto delle esperienze, formative e non, dei giovani che, in assenza di prospettive lavorative, abbandonano l’Italia.

 

L’Italia non offre alcuna possibilità ai giovani, è un dato di fatto. Se ne parla, se ne scrive, ci si lamenta, ma i progressi non vengono fatti, si è costantemente bloccati in una posizione scomoda da cui, almeno per la generazione dei ventenni, sembra impossibile potersi sradicare. Perciò si parte, si abbandona la famiglia, gli amici, i fidanzati, e si spicca il volo verso quei paesi che possono garantire un futuro, non solo a parole. Una serie di videomessaggi di ragazzi trasferitisi all’estero apre il film di Giovanni Veronesi: “Non è un paese per giovani” – titolo ripreso dal programma radiofonico condotto dal regista stesso – un racconto sulle luci e le ombre di un comunissimo viaggio alla ricerca di una nuova Eldorado.

Luciano e Sandro si conoscono a Roma, nel ristorante dove entrambi lavorano come camerieri. Luciano coinvolge l’amico in un promettente affare, che garantirà loro il successo: partire per Cuba e aprire un ristorante con wi-fi libero, in un paese dove le connessioni sono rare e costose. La vita a Cuba si dimostrerà totalmente differente da ciò che i due ragazzi si erano aspettati. Insieme a Nora, conosciuta all’arrivo, verranno fagocitati da un mondo violento, criminale ed arretrato.

L’idea da cui parte è il film di Veronesi, è decisamente interessante: non santificare e difendere a spada tratta le spesso poco ponderate prese di posizione dei giovani, e mostrare invece come ogni terreno sia minato da pericoli e insidie. Il ritratto di Cuba, della sua sregolatezza, della corruzione, della povertà compassionevole, sono incisivi e decisivi per garantire una svolta al racconto, proprio come lo è il cambio di rotta di Luciano, che manda in fumo i suoi piani per appagare il desiderio di gloria che la boxe clandestina sembra procurargli. Ciò che non regge è la struttura portante: una sceneggiatura ridondante e ripetitiva, poco approfondita e piatta, di quelle da classica commedia mainstream italiana, urlata, chiassosa e artificiosa. Un groviglio di parole che scadono, scena dopo scena, nella più imbarazzante e delirante banalità

I giovani di Veronesi – interpretati da Filippo Scicchitano, Sara Serraiocco e Giovanni Anzaldo – diventano l’emblema di una generazione sconfitta, troppo impulsiva, svitata e senza mezze misure. Un aspirante scrittore, un cuoco ed una ragazza senza cervello sono la sintesi di quell’ ampia maggioranza che abbandona Il Bel Paese. Chi sono dunque i veri italiani? I fruttivendoli abusivi – come il padre di Sandro –  che rimangono a condurre il loro faticoso e sporco lavoro finché non perdono anche l’ultimo brandello di dignità? Il regista non ci offre altri punti di vista se non – accennato appena fra le righe – quello dell’ex fidanzata del protagonista, assunta – più per fortuna che per merito – da Google.

Ciò che, a seguito di queste premesse, stona vistosamente è il forzato happy end, che vede due dei protagonisti uscire vittoriosi e radicalmente trasformati da una vicenda più destabilizzante che formativa. “Non è un paese per giovani” si dimostra quindi un’accozzaglia di luoghi comuni riletti in chiave fintamente impegnata e fuori dagli schemi. Tenta maldestramente e furbescamente di indurre alla lacrima facile e sfrutta ampiamente la bellezza mozzafiato di spiagge da sogno e l’irresistibile fascino di pittoreschi quartieri degradati.

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