Oliver Twist, l’eroe reietto di Londra

Negli ultimi decenni dell’800, l’Inghilterra si trova di fronte a un nuovo contesto, che se da un lato esso è il risultato di una crescita in positivo, dall’altro vede il suo tramonto che si concretizza con l’emarginazione sociale dei ceti meno abbienti. L’esempio più conclamato è certamente quello di Oliver Twist, personaggio manifesto della letteratura dickensiana.

Fondatore del romanzo sociale, scrittore e giornalista di grande successo dell’Inghilterra della regina Vittoria, narratore di favole fantastiche e di crude verità sociali: Charles Dickens non passa di sicuro inosservato sulla scena culturale di fine Ottocento. E non si può nemmeno negare il forte impatto che egli ha avuto sulla società di oggi, che ha fatto dei suoi capolavori alcuni tra i più illustri classici, dai quali sono poi state sviluppate diverse produzioni cinematografiche.
Tra tutte Roman Polanski, regista e produttore polacco, nel 2005 produce un lungometraggio che riscosse grande successo, definito dalla critica di A.O. Scott del New York Times “un film vecchio stile ben fatto”: Oliver Twist.

Illustrazione di George Cruikshank

Questo si pone come obiettivo quello di illustrare in maniera dettagliata e fotografica una panoramica di un mondo scisso in due, di una Londra in cui ricchezza e povertà, bene e male, onestà e scostumatezza coesistono: si tratta dell’ipocrisia sociale, contraddittoria dell’epoca vittoriana.
E così come lo scrittore riuscì nel suo intento, in modo altrettanto straordinario e dettagliato il regista ha dipinto questo spaccato. Portavoce di tale realtà è proprio Oliver, un bambino di bassa condizione sociale, vittima di maltrattamenti, sfruttato, umiliato e mal nutrito nel contesto dell’orfanotrofio e poi della famiglia che lo prende con sè per breve tempo in cui è costretto a vivere a causa della perdita di entrambi i genitori
A causa dello status vitae a cui è sottoposto, decide allora di sovvertire a quell’ingiusto e dispotico contesto, incamminandosi verso la Città, quella che era considerata la terra della speranza e del riscatto, con le scarpe rotte, simbolo della sua umile condizione. Giunto a destinazione seppur stremato, incontra il Malandrino e la sua banda di ladri, capeggiata dal vecchio Fagin, socio in furti del malvagio Bill Sikes, a cui in un primo tempo si aggrega.
Tuttavia il nostro protagonista, ingenuo e di buon animo, è troppo puro per condurre un tale tipo di esistenza: viene subito fermato dalla polizia, accusato di un furto. Grazie però all’intervento di Bronlow, vittima di tale misfatto, viene riconosciuta la sua innocenza e l’anziano, uomo benestante, decide di accoglierlo nella sua casa. La banda allora, temendo che il fanciullo possa svelare i loro complotti, tenta in un primo momento di rapirlo e, sfumato il piano, di ucciderlo. Dopo una serie di eventi, Oliver torna con la compagnia del Malandrino ma che ricercata dalla polizia viene arrestata, mentre egli riesce a tornare sotto la protezione di Bronlow.

Oliver, il Malandrino e un altro componente della banda

Dai prodromi del racconto sino alla sua conclusione, Oliver ha dimostrato sempre la sua benignità, grazie alla quale è riuscito a vincere il Male. Egli è di fatto un emarginato sociale, un escluso: è povero e a lui nulla è dovuto, se non una vita di stenti e sofferenza. In fondo è proprio questo il leitmotiv che lo accomuna alla banda, con cui tenta di instaurare un contatto ma senza riuscirci mai effettivamente. Ciò che invece lo contraddistingue è la sua tenacia e la sua purezza d’animo, grazie a cui riesce a debellare le convenzioni sociali diventando un eroe. Il bene ha trionfato e finalmente può godere di un finale felice. “La bontà viene premiata. Ricordalo figlio mio e vivi di conseguenza.” 
Si conclude così il film lasciando allo spettatore un messaggio che la letteratura di due secoli prima si era predisposta di trasmettere: un messaggio di speranza per un futuro migliore e la fine di una realtà malata e corrotta.

Oliver e Fagin

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