Scultura che si fa emozione – Il “Compianto” di Niccolò dell’Arca

Se guardiamo alla storia dell’arte, e più in generale della cultura, la rappresentazione della sofferenza è sempre stata quella più diffusa, più cercata, più richiesta. E se, come diceva Jean Genet, “non v’è altra origine, per la bellezza, che la ferita”, è nell’immagine del dolore e della ferita stessa che l’arte ha raggiunto i suoi massimi livelli.

Il Compianto su Cristo Morto di Niccolò dell’Arca, pur riprendendo un tema iconografico diffusissimo dal XIII secolo in poi, è un’opera unica nel suo riuscire a toccare i livelli più sublimi della raffigurazione del pathos, dell’emotività, del dolore così umano di fronte al tremendo mistero della morte. La storia di questo gruppo scultoreo ai più sconosciuto e del suo artefice, è per molti versi ancora ammantata di mistero e perciò tanto più affascinante.

Foto: Pier Paolo Chini (flickr.com/kinipier)

Della vita di Nicolò d’Antonio d’Apulia – o Niccolò da Bari – nato attorno al 1435 -non si hanno notizie certe fino al 1462, data del suo trasferimento a Bologna, città che non lascerà fino alla morte, avvenuta nel 1494.

Niccolò, maestro di figure in terracotta, è descritto dalle fonti coeve come una persona lunatica, testarda, dai costumi rudi e modi scostanti, poco aperto ai consigli altrui e reticente ad accogliere allievi presso la sua bottega; ciò nonostante, non vengono mai taciute le sue incredibili capacità scultoree. Comincia ad essere conosciuto come Niccolò dell’Arca dopo il 1469, grazie alla fama raggiunta con il restauro e il completamento dell’Arca sepolcrale di San Domenico di Guzmàn, nella omonima chiesa bolognese. Il monumentale coperchio marmoreo con sculture di Niccolò fu l’opera più celebrata dai suoi contemporanei.

Tuttavia fu molto prima, nello stesso anno in cui lo scultore si stabilì a Bologna, che nacque quello che oggi è ritenuto il suo capolavoro: ricevette infatti la commissione per un gruppo scultoreo in terracotta policroma raffigurante il Compianto sul corpo di Cristo morto, da collocarsi nella chiesa di Santa Maria della Vita – dove è possibile ammirarlo ancora oggi – nel cuore della città medievale, a due passi da San Petronio. Del committente invece, non si conservano notizie.

(fonte: cittadarte.emilia-romagna.it)

Al centro della composizione è collocato il Cristo appena deposto dalla croce. Il suo corpo esile presenta vivide le piaghe e i segni della passione, le dita dei piedi irrigidite, le mani composte sulla pancia; la bocca è semiaperta, il capo posato su un cuscino insieme ad un cartiglio recante la firma dell’artista, Nicolò d’Apulia.

Attorno a questo fulcro statico, muto, impenetrabile, si scatena un vortice di gesti, urla e sgomento.

Foto: Pier Paolo Chini (flickr.com/kinipier)

Nicodemo, inginocchiato, regge gli strumenti usati per estrarre i chiodi dalla croce; nei suoi abiti rinascimentali, come ponte tra la scena evangelica e il presente, fissa lo spettatore invitandolo a partecipare al cordoglio per l’essere umano di fronte a lui, così poco divino nella morte. Giovanni, il discepolo prediletto, ha il volto deformato dal pianto che tuttavia tenta di contenere: una mano, in un gesto umanissimo, è portata sulla guancia, mentre gli occhi sono voltati su un lato, quasi non osassero guardare il corpo del Maestro.

Ma è nelle figure femminili, in quelle “Marie così sterminatamente piangenti” – citando una descrizione di fine ‘600 di Carlo Cesare Malvasia – che il dolore esplode in maniera mai vista prima in scultura. La loro gestualità traduce tutta la sofferenza che il corpo è in grado di manifestare, e la sensibilità di ogni spettatore è “commossa”, mossa insieme a quella delle sculture. Le mani strette e giunte della Madonna, quelle contratte sulle ginocchia di Salomè, quelle portate in avanti di Maria di Cleofa, come a coprire la terribile vista del Cristo; i volti deformati in smorfie di pianto disperato o in urla che rompono il silenzio, il velo e la tunica mossi dal turbine della corsa precipitosa di Maria Maddalena verso il corpo di Gesù: scultura che si fa emozione, grido, movimento, in cui ogni particolare è la dimostrazione del talento senza pari di Niccolò dell’Arca.

Foto: Pier Paolo Chini (flickr.com/kinipier)

Il suo modello però non trova seguito, e per quanto il genere del compianto continui ad essere in voga negli anni e nei secoli successivi, si preferirà uno stile più composto e pacato. Lo scostante scultore, mai disposto a seguire i consigli e a cambiare le proprie idee, nè evidentemente a piegarsi ad una tradizione, ha dato vita ad un linguaggio nuovo, troppo avanti per il suo tempo, sconvolgente ancora oggi.

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