Le cose che verranno, filosofia applicata alla vita

“Le cose che verranno”, presentato alla Berlinale 2016 e allo scorso Torino Film Festival, è un film sulla maturità e sulla filosofia con cui la vita – in seguito ad attente riflessioni – può essere affrontata.

Avere trentacinque anni, un grande talento e la capacità di raccontare con eleganza, precisione e maturità ogni età della vita, è un dono raro e prezioso. E’ il dono di Mia Hansen-Løve, che dopo film sull’età giovanile quali “Eden” e “Un amore di gioventù”, esplora l’età adulta, quella dei cinquantenni, ne “Le cose che verranno, l’avenir”.

Nathalie (Isabelle Huppert) è un’insegnante di filosofia, sposata con Heinz, anche lui insegnante della stessa materia; hanno due figli adulti e conducono una vita serena, movimentata dai mille imprevisti causati dall’anziana madre della donna. Il tradimento del marito e la sua decisione di abbandonare il tetto coniugale, l’aggravarsi della malattia della madre e la sua conseguente morte mettono a dura prova Nathaie, che si trova a dover affrontare in solitudine la realtà dei suoi cinquant’anni.

“Le cose che verranno” è una lenta ed irrefrenabile discesa nel baratro della maturità anagrafica: la protagonista vede la sua sicura e confortevole quotidianità sgretolarsi all’improvviso davanti a suoi occhi, e più cerca di ricucire insieme i pezzi, più questa sembra sfuggirle di mano. Nathalie prende consapevolezza di dover far conto con la sua età, con i dolori che essa comporta: l’allontanamento dei figli che spiccano il volo, la spiazzante decisione di un marito insoddisfatto che tenta di ritrovare la sua vitalità tra le braccia di una donna più giovane, la perdita della donna che è stata il suo grande punto di riferimento, della quale le resta solamente un ingombrante, fastidioso e obeso gatto nero.

L’unica grande certezza di Nathalie la regista sembra suggerirci possa essere la filosofia, fedele compagna di vita in cui è sempre possibile trovare risposte. L’essere umano, di qualunque età, estrazione sociale, apertura mentale, sembra prima o poi tradire la protagonista: persino il suo allievo prediletto ed amico, Fabien, le rinfaccia di non aver mai lottato, di essersi accontentata tanto nel lavoro quanto nella vita.

L’accontentarsi diventa il fulcro di una riflessione sul passato e sul futuro: è possibile rimettersi in pista e costruire un futuro migliore, oppure i cinquant’anni per Nathalie sono un’età definitiva, un’età di blocco, dalla quale è impossibile schiodarsi? Una risposta non viene concessa, ciò che invece viene consegnato allo spettatore è il regalo di poter portare avanti autonomamente un’analisi. Come l’insegnante dice ai suoi allievi durante una lezione: “non è la verità che va messa in discussione, ma le dinamiche che conducono ad essa”.

“Le cose che verranno” è dunque un enorme punto interrogativo che introduce un’indagine ancora tutta da affrontare. Hanesn-Løve realizza un film universale, maturo e complesso, attraversato da diversi livelli di lettura, esplorabili a discrezione dello spettatore. La regista parigina abbraccia un’ampia fascia di pubblico, lo mette a suo agio, lo fa immedesimare nella sua Nathalie per poi provocarlo e abbandonarlo davanti ad un interrogativo esistenziale. Scappare? Affrontare l’avvenire accontentandosi? o iniziare una dura e stoica lotta per riappropriarsi della propria persona e del proprio futuro? Nathalie prende tempo, poi, in silenzio, fa la sua scelta. E noi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *