Immigrazione, transnazionalismo e navi da crociera: antropologia dello spostarsi.

Nella guerra mediatica senza frontiere riguardo l’immigrazione, qualcuno gradirà la doccia rinfrescante, neutrale e (finalmente) apolitica, che offre l’antropologia che studia il transnazionalismo.

Sebbene l’argomento della migrazione abbia solo recentemente raggiunto una rilevanza assordante, non bisogna dimenticare che si tratta di un fenomeno molto antico.
Flussi demografici sono storicamente esistiti in ogni angolo del mondo, e la storia moderna e contemporanea non sono certo nuove allo spostamento di massa della forza-lavoro attraverso i confini degli stati, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale.
Nella recente dinamica della globalizzazione, tuttavia, questi fenomeni assumono spesso caratteristiche nuove che hanno subito interessato gli antropologi che studiano la migrazione. Questi studiosi sono soliti indicare il cambiamento come passaggio da un modello “internazionale” ad uno “transnazionale” di immigrazione.
Con transnazionale ci si riferisce all’insieme di legami comunitari stabili permessi dalle nuove tecnologie che attraversano i confini delle nazioni, e alla creazione di ambiti diversi all’interno della cultura ospitante. Grazie ai nuovi strumenti di comunicazione, infatti, è possibile per ampi gruppi di migranti mantenere forti legami con la propria cultura d’origine. Si parla, in questo caso, di fenomeni diasporici.

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A. Appadurai

Secondo Arjun Appadurai (grande studioso della globalizzazione) si viene a creare una sorta di “deterritorializzazione” della cultura, che riesce a slegarsi dalla geografia. Le stesse persone possono considerarsi “deterritorializzate” nella misura in cui le loro performance culturali non sono più riferite alla terra in cui risiedono. Così si hanno “lavoratori turchi emigrati in Germania che guardano film turchi nei loro appartamenti tedeschi”, “coreani a Filadelfia che guardano le Olimpiadi di Seul grazie a collegamenti via satellite” (Appadurai 1996).

 

Il transnazionalismo, tuttavia, non si ferma qui. E’ riduttivo pensare che una comunità di persone, una volta trasferitesi in un paese diverso dal proprio, cerchi semplicemente di riappellarsi nostalgicamente alla propria precedente dimora. In realtà gli studi etnologici ci rivelano come ogni gruppo umano sia effettivamente creativo, e i cosiddetti “spazi transnazionali” sono luoghi nuovi, terzi e diversi sia rispetto alla cultura d’origine che a quella d’arrivo. Queste considerazioni vanno oltre le tradizionali categorie del “melting pot” o della “salad bowl“, e invece di rappresentare una semplice dialettica tra assimilarsi alla cultura d’arrivo e riconoscersi con quella originaria, richiedono modelli del tutto nuovi che identifichino spazi culturali ampi, cangianti e complessi.

Del resto, possiamo riconoscere tali ambienti in ambiti ben più vari del classico flusso migratorio di lavoratori che si spostano verso luoghi più industrializzati. Su livelli più alti della scala sociale, infatti, ci sono intere professioni che si basano sull’incontro e la comunicazione con colleghi di paesi diversi. Si pensi ai partecipanti a congressi scientifici, ai membri di ONG internazionali, agli accademici, ai giornalisti e ad altre categorie che sviluppano una sorta di cosmopolitismo.

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Il Sound and Light Theatre a Giza, allestito per spettacoli turistici.

Ancora più complesso è il caso del turismo, perchè riguarda spostamenti corti e periodici sfruttati e resi possibili dal mercato del tempo libero. Grazie ai voli low-cost, ognuno può permettersi di viaggiare in luoghi geograficamente e culturalmente molto lontani da casa propria. In più, l’industria del turismo è ben felice di accomodare e agevolare la villeggiatura creando luoghi transnazionali come villaggi turistici e navi da crociera, che accolgono in sé una varietà sorprendentemente iridescente di persone. Senza disturbare le strutture artificiali, le stesse mete turistiche divengono dei luoghi di frontiera, che per certi versi si “deterritorializzano”, diventando siti di mediazione che cambiano a volte irriconoscibilmente rispetto al background culturale della nazione stessa

Sfuggire al tema dell’immigrazione e del transnazionalismo diviene quindi impossibile proprio a causa della capillarità e variabilità del fenomeno.

 

Fonti: Antropologia culturale di Fabio Dei

 

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