HIV: un problema di tutti. Sierofobia, stigma e prevenzione

Ad Hiv ed Aids si guarda ancora con troppi pregiudizi. Ma è un tema che riguarda tutti, e pertanto da conoscere

La diffusione dell’HIV in Italia potrebbe essere debellata nel giro di pochi anni, grazie al primo Piano Nazionale di Interventi contro HIV e AIDS (PNAIDS), reso pubblico a fine marzo e approvato dal Consiglio Superiore di Sanità. Il documento, che dovrà passare il vaglio delle Regioni, costituisce il primo piano sanitario nazionale che affronti in maniera dettagliata il problema dei cittadini più a rischio (tra cui uomini che hanno rapporti con altri uomini e persone trans) e che individui più strategie concrete e diversificate di offerta del test per l’HIV, incluso il test offerto direttamente da associazioni come Arcigay e Anddos

Particolare attenzione viene inoltre rivolta, già nella sua prefazione, alla lotta contro la stigmatizzazione delle persone sieropositive.

Nonostante siano, infatti, molto diffuse campagne di sensibilizzazione e iniziative pubbliche in occasione del World AIDS Day, lo stigma verso le persone HIV+ rimane molto forte in Italia. Non si può sottovalutare la responsabilità dei media nella diffusione della sierofobia e nella disinformazione sul tema. Di recente, ad esempio, il settimanale “Giallo”, manifestando ben poco rispetto della privacy, ha pubblicato prove della sieropositività di Marco Prato, il PR romano accusato dell’efferato omicidio di Luca Varani. L’indiscrezione, rimbalzata di testata in testata, ha dato inizio ad una vera e propria “caccia all’untore”, alimentando la pruriginosa attenzione verso quello che è stato definito un “omicidio gay”. Non a caso, l’associazione di persone sieropositive NPS Italia Onlus aveva presentato il 20 gennaio 2016 un esposto all’Ordine dei giornalisti per denunciarne il modo discriminatorio ed errato di parlare della malattia e aveva pubblicato un glossario sul mondo dell’HIV diretto ai media.

L’omicida Marco Prato 

Secondo un’indagine commissionata da NPS a SWG nel 2016, effettivamente quasi 1 italiano su 3 ha visto associati nella comunicazione dei mass media l’HIV alla peste o al cancro dei gay e secondo un’indagine GFK Eurisco, il 60% degli italiani è convinto che l’infezione riguardi solo tossicodipendenti, omosessuali e persone con comportamenti sessuali promiscui.

Il rapporto del 2015 dell’Istituto Superiore di Sanità mostra una realtà diversa: i casi di trasmissione per consumo di sostanze per via iniettiva corrispondono al 3,22%, mentre la maggior parte dei contagi avviene per trasmissione sessuale. Tra questi, il 40,7% dei casi riguarda effettivamente uomini omosessuali, popolazione più vulnerabile per ragioni biologiche (la mucosa più ricettiva e permeabile al virus è quella dell’ano) e statistiche, ma i casi di trasmissione eterosessuale sono pari ad un considerevole 44,9%. Non si può negare quindi che l’HIV sia un problema che riguarda tutti e che nessuno ne è immune.

Tuttavia, secondo la ricerca GFK Eurisco menzionata, circa l’80% degli italiani non percepisce il virus come un rischio reale, con un conseguente vertiginoso aumento dei contagi: secondo i dati raccolti dall’ISS, in Italia, nel 2015 sono state diagnosticate 3.444 nuove infezioni da HIV. L’Italia, secondo questi dati, si trova al tredicesimo posto tra le nazioni dell’Unione Europea per incidenza; è sconvolgente inoltre notare che l’incidenza più alta è stata registrata tra persone tra i 25 e i 29 anni (15,4 nuovi casi ogni 100.000 residenti). Secondo dati presentati in Parlamento lo scorso gennaio, quasi 120.000 italiani convivono con la malattia, ma solo 90.000 di questi ne sono consapevoli. Le informazioni dell’ISS relative al 2015 riportavano, inoltre, che soltanto il 32,4% delle persone con una nuova diagnosi di infezione da HIV aveva eseguito il test dopo averne riconosciuto sintomi correlati e solo il 27,6 dopo un comportamento a rischio. Molto numerosi, invece, i Late Presenter, persone che scoprono di avere l’HIV solo molto tempo dopo averlo contratto, spesso dopo che il virus ha già gravemente compromesso il sistema immunitario.

Altrettanto sconfortanti i dati sul passaggio dell’infezione ad AIDS: nel 2015, l’ISS ha segnalato 789 casi di Aids conclamato. È stato inoltre registrato che nel 74,5% dei casi le persone interessate hanno scoperto di avere l’HIV pochi mesi prima della diagnosi di AIDS e rimangono numerose le diagnosi di HIV e AIDS avvenute in contemporanea.

Essere ignari del proprio stato sierologico non solo costituisce un aggravamento del proprio stato clinico, dato che più tardi si arriva ad una diagnosi, maggiori saranno i problemi nel controllo dell’HIV, ma anche un enorme problema di sanità pubblica, perché si potrebbe trasmettere inconsapevolmente il virus. 

Il peso della disinformazione ha un impatto devastante, in particolare sulla fascia d’età con la maggiore incidenza: solo il 35% dei più giovani fa sesso protetto, principalmente per motivi di contraccezione e complessivamente i giovani risultano poco propensi ad effettuare il test ed esporre i propri dubbi ad un medico. Ciò emerge, in particolare, dal sondaggio di NPS citato in precedenza, ideato per testare la conoscenza di HIV e AIDS da parte degli italiani. Del campione di 1000 intervistati, circa il 70% aveva dichiarato di avere una buona padronanza dell’argomento, ma solo la metà aveva risposto correttamente alla domanda su cosa sia l’HIV. Degli intervistati tra i 25 e i 34 anni, inoltre, solo il 57% sapeva come si trasmette il virus, appena il 37% considerava l’HIV curabile, mentre secondo il 28% avere una carica virale azzerata equivale a non essere infettivi. Il 61% degli intervistati pensava inoltre che rivelare al proprio partner di avere l’HIV sicuramente causi la fine della relazione.

L’ignoranza alimenta un circolo vizioso di paura, discriminazione e silenzio, con un conseguente rafforzamento degli stereotipi negativi sulle persone con HIV. Secondo la ricerca GFK Eurisco citata, il 17% degli intervistati è convinto che il modo migliore per prevenire il contagio sia non avere contatti con le persone sieropositive. La sierofobia è in realtà più diffusa e assume connotati più velati: il 66% degli intervistati crede che il datore di lavoro sia legittimato a richiedere ai propri dipendenti il test HIV, mentre 7 intervistati su 10 ritengono che la persona sieropositiva debba sempre dichiarare il proprio stato. Inoltre, 2 italiani su 3 si sentirebbero a disagio e avrebbero non poche preoccupazioni frequentando una persona con HIV, mentre la maggior parte di chi non avrebbe problemi a farlo dichiara di conoscere personalmente almeno un sieropositivo, risultando quindi meno condizionata dai luoghi comuni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *