Il ritorno di Zeno Cosini nei film di Carlo Verdone

Il successo di un artista è spesso determinato dalla sua capacità di lasciare un’impronta riconoscibile di sé nella storia. Essere artisti significa possedere una cifra stilistica personale ed irripetibile, tale da rendere ogni lavoro così autentico da non poterne sbagliare la paternità. Questo forse è il segreto di Carlo Verdone, che da quasi 40 anni produce piccole grandi meraviglie per il cinema italiano.
All’inizio Verdone appassiona il pubblico con storie ad episodi, nelle quali mette in mostra tutte le sue abilità di attore ed in particolare di comico. Nelle pellicole Un sacco bello (1979) e Bianco, rosso e Verdone (1980), frutto anche della collaborazione con il Maestro Sergio Leone, il giovane comico interpreta tutti i personaggi di sesso maschile, portando all’attenzione del pubblico film interessanti più per le abilità tecniche dell’attore protagonista, anziché per la regia oppure per la sceneggiatura. Gli aspetti narrativi passano in secondo piano, nascosti dall’esaltante bravura del Verdone caratterista.

Dobbiamo aspettare il 1982 per riconoscere a Verdone non più solo l’abilità di interprete, ma anche la straordinaria capacità di regista e sceneggiatore. E’ di quell’anno il primo film privo di macchiette ed episodi intrecciati, ma concentrato sulla vicenda di un unico personaggio e della sua partner femminile, Eleonora Giorgi. Da Borotalco in poi la produzione dell’artista sarà segnata da una concezione molto precisa e ricorrente del protagonista maschile, che molto ricorda la figura di Zeno Cosini nel capolavoro letterario di Italo Svevo.

Nella Coscienza di Zeno, infatti, Cosini è un uomo legato al vizio del fumo, dal quale con molta fatica tenta di liberarsi, un uomo la cui vita è profondamente contrassegnata dall’inettitudine, dalla malattia, intesa come incapacità di prendere decisioni, come pigrizia patologica, come insicurezza, come mancanza di coraggio, come inesistente forza di volontà. Zeno Cosini si affida totalmente alle donne della propria vita, tra cui le Sorelle Malfenti, presentate quale immagine emblematica di salute, di forza e determinazione. Lo stesso accade per i personaggi che Verdone scrive e interpreta. Trattasi di uomini problematici, incapaci di qualsiasi slancio, rassegnati alla propria inettitudine, che ritrovano un minimo di vigore unicamente quando incontrano queste donne non solo bellissime, ma abbastanza forti da determinare una svolta nella vita di uomini stanchi e sopiti.

 

In Borotalco (1982) Verdone è Sergio Benvenuti, un giovane rappresentante che, conosciuto Manuel Fantoni, uomo affascinante e sicuro di sé, ne ruba l’identità per fare colpo sulla bella collega Nadia Vandelli, esponendosi così al ridicolo, quando la giovane donna capirà di essere stata presa in giro da una persona così tanto insicura di sé da doversi fingere qualcun altro anche agli occhi di sé stesso.

 

 

L’anno dopo Verdone uscirà al cinema con Acqua e Sapone film in cui il travestimento – altro tema caro all’artista – torna ad essere l’unica modalità con cui il protagonista cerca di assicurarsi un futuro. Rolando, aspirante professore di lettere e bidello stufo della propria condizione, si finge padre Michael Spinetti, un sacerdote italoamericano, pur di diventare il precettore privato della bellissima Sandy, una giovane modella arrivata in Italia dagli Stati Uniti per un servizio fotografico. Ovviamente la recita dell’uomo non ha buon fine e Sandy lo terrà in pugno con il ricatto. Nel film, che prende in analisi il triste fenomeno delle modelle bambine, la giovane, apparentemente la parte più debole, è in realtà simbolo di volontà e determinazione della quale ovviamente il protagonista si innamora anche forse per compensazione alla propria debolezza.

Lo schema si ripete in tutti i film successivi, nei quali le donne che affiancano il protagonista, pur avendo anch’esse dei tratti abbastanza problematici della personalità, riescono sempre e comunque ad avvalersi della grinta necessaria per superare le difficoltà e ad essere di appoggio per un uomo debole e inetto. E’ così ancora oggi, dopo più di 20 film. Lo schema, declinato in ogni sua possibile forma, si ripete inesorabilmente.

 

E’ così in Posti in piedi in paradiso in cui Verdone interpreta Ulisse, un produttore discografico dal passato glorioso ora titolare di un piccolo negozio di vinili e vintage musicale, che ha fallito nel lavoro, ma anche in famiglia come marito e come padre e che solo grazie all’incontro con la sbadata ed infantile cardiologa Gloria – una sensazionale Micaela Ramazzotti – ritrova la forza di essere un buon padre per la figlia adolescente incinta.

 

 

 

Lo schema si ripropone anche in Sotto una buona stella nel quale Verdone è un ricco broker che nel giro di due giorni perde il lavoro, la compagna e la ex moglie dalla quale ha avuto due figli con cui ha un rapporto molto, troppo difficile ed apparentemente irrecuperabile. L’unica in grado di aiutarlo è la sfortunata e sola vicina di casa Luisa Tombolini – una tagliatrice di teste ripudiata dalla famiglia, a cui presta il volto Paola Cortellesi – che nonostante mille problemi troverà il modo di salvare Federico dalla sua incapacità di essere uomo e padre.

 

La dimostrazione che le donne sono così importanti per Verdone, anche e soprattutto come regista, è conservata negli innumerevoli premi che le attrici da lui dirette vincono con questi film. Ironia della sorte vuole che tutte le attrici di Verdone abbiano vinto almeno un David di Donatello o un Nastro d’Argento, tutte, nessuna esclusa.

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