Discendenza Inuit – Tra riscaldamento globale e perdita d’identità culturale

L’esistenza umana nel Subartico è da sempre fortemente legata alla sopravvivenza nel periodo invernale. Solitamente, durante gennaio e febbraio si registra il picco più basso della temperatura. Per gli Inuit è un pungente campanello d’allarme che significa che le riserve sono in esaurimento, la brevità del giorno limita l’attività di caccia e delimita l’inizio di un periodo di estrema privazione ed isolamento. Il clima inospitale, con lunghi inverni e brevi estati, ha plasmato la cultura e le modalità di sopravvivenza dei nativi, la cui sussistenza è condizionata dall’impossibilità di praticare una qualsivoglia forma di agricoltura.

I nativi dei ghiacci: tra passato e presente

In passato, il principio di aggregazione sociale fondamentale era il nucleo familiare ed ogni famiglia possedeva una propria zona di caccia. Questa attività era centrale nelle abitudini quotidiane e nei riti religiosi, dai quali emergeva un grande amore per la natura e un estremo rispetto per gli animali. Abbiamo già trattato dello stile di vita Inuit qui e della loro tradizione religiosa qui.

Nonostante gli agi della modernità semplifichino la sopravvivenza, per la discendenza Inuit odierna le difficoltà non diminuiscono. In alcuni casi, intere tribù sono state introdotte forzatamente alla modernizzazione dal governo locale o dalla chiesa, a partire dalla seconda metà del 900. Con la perdita del tradizionale nomadismo e, talvolta, con la costrizione all’abbandono dalla propria terra d’origine, si è creata una frattura nell’organizzazione sociale ed una progressiva perdita dell’identità culturale Inuit. Con la prima generazione che ha familiarizzato con un nuovo stile di vita, sono comparsi numerosi casi di suicidi, depressioni, abusi di sostanze stupefacenti e tabacco, alcolismo, violenza domestica ed un allarmante numero di gravidanze giovanili e malattie sessualmente trasmissibili. I sostegni sociali e psicologici sono una novità degli ultimi anni ed i rispettivi governi non hanno mai mostrato abbastanza interesse.

 

Povertà e scarsa reperibilità del cibo sono un ulteriore e gravoso disagio. In aggiunta al costosissimo prezzo del cibo, si calcolano costi di trasporto e spedizioni elevatissimi in luoghi privi di collegamenti stradali. In un tale contesto sociale, la caccia è una realtà essenziale alla sopravvivenza ed è ancora una delle principali fonti di sussistenza.

La voce di questo popolo è la Inuit Circumpolar Conference, che conta un consiglio per ogni stato in cui è riscontrata questa minoranza etnica, rappresenta circa 160.000 Inuit e si è guadagnata un posto alle Nazioni Unite. I principali scopi di questa associazione sono: la difesa dei diritti Inuit, l’incoraggiamento di iniziative a lungo termine di protezione dell’ecosistema Artico, la coalizione in materie di sviluppo politico, economico e sociale delle regioni circumpolari.

La fragilità dell’ecosistema Artico e le difficoltà del popolo Inuit

Ma le difficoltà continuano ed il constante aumento del surriscaldamento globale mostra panoramiche tutt’altro che rassicuranti. L’Artico svolge un ruolo centrale nella regolazione della temperatura del pianeta. Il colore bianco dei ghiacci riflette la luce mentre le oscure acque dell’Oceano Artico la assorbono.  I ghiacci sorreggono l’ecosistema marino Artico, ma fondendosi, aumentano l’innalzamento dell’oceano che di conseguenza assorbe più luce e rilascia più calore. Questo fenomeno, unito all’inquinamento dell’acqua e dell’aria, l’estrazione di risorse per mezzo di trivellazioni ed altri fattori, contribuisce ad aumentare il riscaldamento globale, che a sua volta causa la fusione dei ghiacci. Un circolo vizioso, in cui le conseguenze del riscaldamento diventano anche le cause scatenanti.

Tempi duri per la fauna artica di cui molte specie si stanno avviando verso l’estinzione. Ricerche allarmanti riportano che gli orsi polari muoiono di stenti ed affogano nel tentativo di raggiungere i banchi di ghiaccio, sempre più distanti fra loro. Altri passano più tempo sulla terraferma a digiuno, mentre aspettano che l’acqua torni a ghiacciarsi alla fine dell’estate. Per la prima volta nella storia gli orsi polari si stanno cannibalizzando, sacrificando soprattutto esemplari giovani, a causa della mancanza di cibo. Molte specie come foche, balene e trichechi dipendono dai ghiacci, per la ricerca di cibo, per i momenti di riposo e le cucciolate. È improbabile che queste specie possano adattarsi alla vita sulla terraferma in assenza di ghiaccio durante la stagione estiva. Senza contare che alcuni studi prevedono un totale scioglimento dei ghiacci nei decenni a venire.

 

 

 

 

 

Le acque dell’oceano si riscaldano ed i pesci migrano più in profondità. Una situazione drammatica anche per le popolazioni locali che avranno sempre meno selvaggina a disposizione. Per almeno sei mesi all’anno, gli spostamenti e la caccia vengono effettuati sul ghiaccio marino, il quale si forma con sempre più ritardo ed è sempre più sottile. Edifici, strade e piste d’atterraggio diventano pericolanti su un permafrost in progressivo ammorbidimento. Inoltre, l’erosione della costa minaccia le popolazioni costiere ed i resti archeologici, come quelli delle isole Baffin e VictoriaIl cambiamento climatico è percepibile di stagione in stagione. Gli anziani Inuit, che fino al secolo scorso erano in grado di prevedere il momento più propenso per la caccia in base alle condizioni climatiche, ora sono disorientati. E la precaria predicibilità del ghiaccio continua a mietere vite umane, anche con cacciatori esperti che muoiono su piste bene conosciute.

 

Greenpeace nell’Artico

L’associazione Greenpeace, uno dei più grandi movimenti ambientalisti a livello mondiale, si è a lungo spesa per la protezione dell’artico con la campagna Save the Arctic, con particolare interesse per la situazione climatica e per porre fine alla mattanza delle foche. Ben presto le cruente immagini della caccia alle foche nel Canada del nord, hanno fatto il giro del mondo suscitando estrema indignazione per l’atroce efferatezza della pratica. Il 5 Maggio 2009 il Parlamento Europeo ha messo al bando la commercializzazione di prodotti derivanti dalla caccia alle foche, di cui l’Europa era il primo beneficiario. I numerosi ricorsi sono stati respinti con fermezza negli anni a seguire. Nonostante i nobili propositi, Greenpeace non ha fatto i conti con i nativi dei ghiacci. Impossibilitati ad appoggiarsi alla principale fonte di guadagno, le speranze della sussistenza economica Inuit si rilegano agli assegni sociali, in una società in cui la disoccupazione viene riscontrata quasi nella totalità della popolazione. E l’ambiente Artico non concede alternative. Gli Inuit parlano di caccia ecologica, unicamente volta alla sopravvivenza ed incentrata sull’equilibrio tra la sussistenza e la preservazione della fauna tipica. Una realtà molto lontana dalle immagini diffuse dai mass media, nelle modalità e nel concetto. Dopo numerose tensioni tra Inuit e Greenpeace, nelle quali si contano intimidazioni ai danni dei nativi (negate dalla controparte) ed un boom esplosivo di suicidi tra i cacciatori, quest’ultima ha esposto le proprie scuse in un comunicato stampa del direttore esecutivo della divisione Canada Joanna Kerr. La nostra campagna ha fatto del male a molti, sia economicamente che culturalmente – scrive Kerr – Sebbene diretta contro la caccia alle foche a fini commerciali, e non su piccola scala, come quella di sussistenza effettuata dai popoli indigeni e costieri del nord, non abbiamo sempre comunicato questo con sufficiente chiarezza, e le conseguenze, pur non intenzionali, sono andate molto aldilà[…]. D’altro canto un’eccezione per il commercio Inuit è vista come un possibile aggiramento del divieto per approfittatori che lo userebbero come copertura. La caccia alle foche è concessa al popolo Inuit con il solo scopo dell’approvvigionamento alimentare.

Un caso limite. Estremo. Se da una parte si può appoggiare pienamente il rifiuto alla legittimazione della caccia, dall’altra non possiamo non percepire l’amarezza Inuit. Fino a dove si può parlare di etica morale, quando l’identità culturale di un’intera etnia si sovrappone con la sua sopravvivenza? Un quesito doloroso a cui è difficile trovare una risposta univoca, ragionando in termini puramente oggettivi e considerando le vite Inuit al pari delle vite delle loro prede.

Sorti Incerte

La concatenazione di cambiamenti che sta invadendo la vita di questo popolo, cambieranno per sempre la loro cultura ed il loro modo di vivere in completa simbiosi con le forze naturali. Essi sono parte integrante dell’Artico e come tali, dovrebbero essere rispettati e supportati dai governi locali nella continua lotta alla sopravvivenza in una terra avversa e desolata.

Per quanto riguarda l’Artico, nei nostri cuori continuerà a risuonare Elegy for the Arctic di Ludovico Einaudi, eseguita al Polo Nord per la campagna di Greenpeace a favore della protezione di questo straordinario ecosistema innevato.

 

Bibliografia:

Religioni delle Americhe (16º volume di 17 dell’Enciclopedia delle religioni diretta da Mircea Eliade), Milano: Jaca Book, 2010, p. 81-85

Sitografia:

https://www.skepticalscience.com/translationblog.php?n=1620&l=17

http://www.unimondo.org/Notizie/Inuit-e-Greenpeace-i-lati-oscuri-di-una-campagna-e-il-nuovo-nemico-comune-147561

http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/ripensare_il_progresso_parlano_gli_inuit

http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2016/03/13/la-resa-degli-inuit/

https://www.facebook.com/groups/239422122837039/

http://www.greenpeace.org/italy/it/chisiamo/

http://www.greenpeace.org/italy/it/campagne/Salviamo-il-clima/Save-The-Arctic/

http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/Musica-per-lArtico-Ludovico-Einaudi-al-piano-fra-i-ghiacci/

http://www.lav.it/cosa-facciamo/pellicce/foche

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *