L’opera d’arte nei riti e nelle tradizioni: le sculture dei “Misteri” a Ruvo di Puglia

Analizzando un’opera come il Compianto su Cristo Morto, realizzato da Niccolò dell’Arca, ci si è ritrovati di fronte ad un’espressività senza limiti né uguali, alla raffigurazione in terracotta di un dolore quanto mai reale. In un mondo regolato dalla devozione, i ritmi della vita individuale e collettiva erano scanditi dalla religiosità, terreno fertile da cui le opere d’arte ricevevano senso e carica spirituale. L’arte era un mezzo per comunicare efficacemente al popolo il contenuto delle Sacre Scritture; spesso l’opera diveniva essa stessa sacra, miracolosa, e in quanto tale venerata.

Le sculture dei “Misteri” pronte per il corteo processionale, nella Chiesa del Carmine, a Ruvo di Puglia (Foto Mariangela Berardi)

Niccolò dell’Arca aveva origini pugliesi, un particolare da non sottovalutare, anzi ai pugliesi piace pensare che abbia influito fortemente nel dare quella carica emotiva così particolare al suo capolavoro bolognese.  Ancora oggi infatti, in un mondo in cui la pratica religiosa è profondamente cambiata, nel Sud Italia si ritrova un carico di tradizioni che, ancora vive da secoli, mantengono intatta la carica devozionale e la “affezione emotiva” che il rito religioso comporta.

Ecce Homo – Filippo Altieri (1646 – 1684) (foto Mariangela Berardi)

Le tradizioni della Settimana Santa in Puglia, per esempio, immutate da secoli e diverse da zona a zona e da paese a paese, commemorano la Passione e la Morte di Cristo tramite riti che alle volte anche fisicamente rimettono in scena la sofferenza del Cristo che sale al Calvario. Dalle sacre rappresentazioni ai cortei dei Flagellanti, dai penitenti portatori di croce fino ai fedeli scalzi che seguono processionalmente il simulacro cui sono devoti, la fede e la religiosità passano tramite la vera sofferenza, che porta all’espiazione del peccato. Riti immortali, veri e propri beni culturali immateriali – e come tali da proteggere – che si tramandano nelle generazioni, e che sono estremamente affascinanti  per coloro che vi entrano in contatto per la prima volta, magari da spettatori esterni.

A Ruvo di Puglia, in provincia di Bari, le principali confraternite danno vita ai riti che precedono la Pasqua, ciascuna portando in processione per le vie del paese le proprie sacre statue, simulacri miracolosi, oggetto di devozione popolare ininterrotta, ma prima di tutto autentiche opere d’arte dalla forza drammatica commovente ed indelebile. Materiali umili, come la cartapesta o il legno di ciliegio, diventano degni di dare volto alla sofferenza di un dio.

Gesù alla colonna – Filippo Altieri (1646 – 1684) (foto Mariangela Berardi)

La più antica di queste processioni penitenziali è sicuramente quella dei Misteri, che ha radici nel ‘600 e si snoda per le vie del paese nel pomeriggio e nella serata del Venerdì Santo. Il corteo, sin dalle origini curato dall’Arciconfraternita del Carmine, percorre le strade del centro completamente buie, illuminate solo dalle fiaccole e dalle lampade poste sui balconi dai cittadini. Il silenzio della folla circostante è sempre pressoché assoluto, rotto soltanto dallo scalpiccio dei passi e a più riprese dalla banda che esegue storiche marce funebri. Le otto sacre statue portate a spalla dai confratelli rappresentano i diversi momenti della passione di Cristo, dalla preghiera nell’orto degli ulivi fino al corpo esanime deposto sul sudario, per concludersi con Maria Addolorata e il baldacchino che copre un frammento della vera Croce.

Le sculture lignee rappresentanti l’Ecce Homo, il Cristo alla Colonna e Gesù Calvario sono le più antiche del gruppo, oltre che le più pregevoli artisticamente, insieme al Cristo Morto. Sono sicuramente tutte attribuite alla stessa mano, quella dello scultore pugliese Filippo Altieri, nato ad Altamura nel 1646 e morto molto giovane, a soli 39 anni. Altieri rappresenta un Gesù esile, con barba e capelli folti e mossi, i tratti del viso taglienti, la pelle solcata dalle ferite e dal sangue, dolente eppure saldo nel sacrificio, consapevole di reggere sulle spalle il peccato dell’umanità.

Gesù Calvario – Filippo Altieri (1646 – 1684) (Foto Mariangela Berardi)

Questa caratteristica di velata forza sotto il dolore è visibile tanto nel Gesù alla colonna quanto nell’Ecce Homo. Quest’ultimo, coronato di spine, è realizzato con un legno più scuro, probabilmente lo stesso ciliegio usato per il Gesù Calvario. Quest’ultimo è ricavato da un unico tronco di legno, salvo che per le mani. Con la sua carnagione olivastra, gli occhi vitrei e la bocca semiaperta, i rivoli di sangue sul volto e le mani strette attorno alla croce, il cosiddetto Calvario è la vera immagine del dolore, quella che da sempre è stata centro della più forte devozione popolare. In processione, ancora oggi, la statua è seguita da donne e uomini scalzi; un tempo vi era anche un penitente che trasportava sulle sue spalle una vera croce.

La quarta, meravigliosa scultura lignea è quella del Cristo Morto. L’attribuzione a Filippo Altieri in questo caso non è accettata da tutti, per quanto lo stile e il confronto con le altre statue non lascerebbero molti dubbi. Gesù morto è steso su un sudario, il corpo è livido, le membra contratte nel rigor mortis, il torace rialzato e le mani semichiuse. La cura anatomica è impressionante. Sul legno sono dipinte le ferite ancora vive, gli ematomi, perfino le vene bluastre sotto la pelle. Alcuni hanno suggerito che l’artista debba aver osservato un vero cadavere. (foto in evidenza ad inizio articolo) Un autentico capolavoro di arte e meticolosità, nascosto per tutto l’anno in una chiesetta della provincia pugliese.

Ecco quindi che l’arte sacra, anche per mezzo del rito, ha una forza prorompente: commuovere, cioè mettere in movimento, agitare nell’interiorità. Che sia credente o meno, colui che contempla la statua entra in diretto contatto con una sofferenza tutta umana e con il sentimento del dolore che, proprio perché universale, ci rende umani.

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