Libere, disobbedienti, innamorate: la potenza di una emancipazione universale.

“Libere, disobbedienti, innamorare – In Between”: un film di cui si deve parlare, ma un’opera che non va raccontata, va vista, percepita e amata.

La libertà è inviolabile, è uno di quei diritti con cui si deve nascere e con la consapevolezza del quale si deve vivere. La libertà va difesa, a volte conquistata, ma non può limitarsi ad essere un “segno particolare” da aggiungere, come riconoscimento, sulla carta d’identità. Layla, Nour e Salma, tre giovani donne che vivono la loro emancipazione in una Tel Aviv underground, seducente e tentatrice, non ambiscono ad altro che a poter vivere liberamente la loro individualità femminile in una società chiusa e maschilista.

Queste ragazze, sognatrici ed intraprendenti devono disobbedire a chi ha già scritto la loro storia ed il loro percorso di vita, devono strappare violentemente, di netto, le loro radici e piantarle in un terreno fertile, dove possano attecchire, nutrirsi e crescere sane e robuste, lontane dall’aridità e della sterilità malsana di una mentalità retrograda e tradizionalista. Devono disobbedire ed essere libere per potersi innamorare, non di un uomo, non di una donna, ma della bellezza che la vita può offrire loro.

Perché tutto ciò avvenga Layla, Nour e Salma devono raccogliere tutte le loro forze ed elevarsi, abbandonando quel limbo, quella scomoda posizione “nel mezzo” in cui sono imprigionate, e dove vivono solamente il riflesso evanescente e sfuggente delle esistenze a cui, potenzialmente, sono destinate.

Questo è il punto di partenza, questi i propositi e la chiave di letture con cui affrontare la visione del coraggioso “Libere, disobbedienti, innamorate – In Between” di Maysaloun Hamoud. Premiato al San Sebastian Film Festival del 2016 “In Between” è un film denso, attento alle vicende che narra. Completamente incentrato sul pubblico ed il privato delle sue protagoniste, scandaglia, con estrema eleganza le loro esistenze, raccontandone luci ed ombre. L’emancipazione non viene ridotta semplicisticamente  nell’abuso di alcol e droghe leggere, rappresentanti la punta di un ingombrante iceberg, che lentamente riaffiora in superficie. Abuso, omosessualità, tradizionalismo estremizzato, e bigottismo religioso sono tra gli argomenti più scottanti e maggiormente discussi in relazione al ruolo femminile nelle società islamica orientale e vengono affrontati senza retorica e patetismo, in maniera quasi neutra, quasi documentaristica.

Le intollerabili ingiustizie, l’assenza di dialogo e di una democratica discussione, l’inesistente parità di diritti sono lo scomodo quadro che Hamoud dipinge, peccando solamente nello stile, che sembra essere acerbo e scomparire nel racconto, e che invece avrebbe potuto garantire un tocco di autorialità ad un prodotto tanto potente e decisivo. Le ragazze di Tel Aviv diventano in “In Between” delle luci guida intermittenti, per una popolazione femminile alla ricerca di una propria identità. Il futuro per ognuna di esse rimane incerto. Il loro lottare le ha portate a compiere un passo decisivo oltre la soglia della dipendenza da una società vecchia e logorata da una legge arcaica ed antidemocratica, ma non le ha messe in salvo. Il desiderio di cambiamento, il sogno di una vita in Europa potrebbe rivelarsi una fatiscente castello di carte, portatore di altro inutile e devastante dolore.

Ciò che le giovani donne si gettano alle spalle è un’esistenza che conserva piccoli  momenti di gioia estrema, che gridano universalità: piccole pillole di amore, divertimento, spensieratezza sono i residui di quell’uguaglianza che, debolmente, mette in comunicazione e sovrappone, fuggevolmente, il mondo islamico a quello occidentale. Se c’è un grande insegnamento che “In Between” può vantare di impartire allo spettatore, è quello di mostrare come l’umanità, nella sua terribile e contemporaneamente meravigliosa varietà, sappia essere universale. I desideri, i sogni ed i dolori dell’altro, del diverso, del lontano, non sono così differenti dai nostri.

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