La tenerezza, solitudini incomplete

Il nuovo film di Gianni Amelio torma ad affrontare il rapporto tra genitori e figli, affiancandolo al tema dell’età matura

 

Come evolve l’amore quando si raggiunge la maturità? Chi è in grado di scalfire una corazza ormai ossidata e arrugginita dal tempo e dalle burrascose traversie di una vita ormai quasi conclusa? Come si può risvegliare un cuore indurito e riportarlo a provare emozioni? Sono forse domande troppo esistenziali, a cui non è possibile dare una risposta sufficientemente dettagliata, eppure sono un buon presupposto da cui partire per analizzare l’ultimo film di Gianni Amelio: “La tenerezza”.

Lorenzo (Renato Carpentieri) è un avvocato settantenne, che reduce da un infarto, torna a vivere il suo enorme e silenzioso appartamento napoletano. Sulle scale di casa si imbatte in Michela(Micaela Ramazzotti), la nuova vicina, trasferitasi da poco in città insieme, a Fabio (Elio Germano), il marito ingegnere navale e ai due figli. L’anziano avvocato, che non intrattiene più alcun rapporto con i due figli, si affeziona senza troppa fatica ai vicini di casa con cui instaura un forte legame. Sarà un’improvvisa e straziante tragedia a rimettere in discussione ogni certezza sul suo presente e sul suo passato.

Amelio torna a parlare di rapporto padre-figlio, inserendolo in una narrazione completamente incentrata sulla solitudine e sull’incomunicabilità. I protagonisti de “La tenerezza” – liberamente tratto dal romanzo “La tentazione di essere felici” di Lorenzo Marone, edito da Longanesi – sono tutti tanto genitori quanto figli, individui che nascondono dentro di sé segreti inconfessabili, disagi o dolori inarginabili che tentano di esternare inutilmente, poiché non trovano nessuno disposto a condividere l’enorme peso degli ingombranti fardelli. Lorenzo, Michela, Fabio, Elena (Giovanna Mezzogiorno) – figlia di Lorenzo – ma anche personaggi di contorno si trovano a recitare cinici e crudeli monologhi a sé stessi, ad alta voce, nella speranza di ottenere un qualche beneficio, una qualche consolazione, che non può arrivare.
Il vuoto che Amelio porta sul grande schermo, non è solo quello dato dall’assenza di un interlocutore, è anche quello creato da una società frenetica, disinteressata, smarrita, quella costituita da grandi edifici e imponenti strutture – palazzi, ospedali, tribunali – abbandonati nella più agghiacciante desolazione. I sentimenti, le emozioni, i dolori dei personaggi di Amelio, necessitano di un traduttore emotivo (una proiezione metaforica del ruolo lavorativo ricoperto da Elena, che fa da interprete agli immigrati in tribunale durante le udienze). Lorenzo, l’assoluto protagonista, forse proprio grazie alla sua maturità anagrafica, rintraccia la maniera più adeguata per tradurre il suo mondo interiore. Affezionarsi, provare affetto, tenerezza per qualcuno che non l’ha mai ingabbiato o tartassato con richieste inopportuna. Si attacca morbosamente ad una genuinità incredibilmente pura ed autentica ma anche effimera, destinata a svanire nel nulla.

“La tenerezza” si rivela un film interessante, delicato e crudele allo stesso tempo, ben articolato, nonostante Amelio si lasci guidare da un’eccessiva smania di complessità. Tesse abilmente vari filoni di narrazione, li incrocia tra loro, senza in conclusione dipanare una matassa, che avrebbe necessitato spiegazioni. Ciò non implica un’assenza di chiarezza di fondo, o poca funzionalità di frammenti ironici e comici, collocati ad hoc tra un dramma e l’altro, quanto un senso di incompletezza e di irrisolto che pervade lo spettatore al termine della visione. Si può, in conclusione, parlare di un film denso, suggestivo, ricercato, solo a tratti evasivo e lacunoso.

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