Il dramma dei pedofili virtuosi: un mondo sconosciuto

La genialità di una serie spiazzante e cruda come “Black mirror” sta nell’affrontare di volta in volta, attraverso l’espediente narrativo del rapporto tra uomo e tecnologia, temi particolarmente controversi e disturbanti, su cui è impossibile sospendere il giudizio, ma che non hanno una soluzione univoca.

La puntata della terza stagione Shut up and dance riesce ad offrire uno sguardo inedito su un tema molto cupo e complesso, spesso affrontato con estrema superficialità, ovvero la pedofilia. Vittima di un misterioso hacker, il giovane Kenny, adolescente timido e goffo, viene costretto ad eseguire vari ordini, compiendo atti sempre più pericolosi e terrificanti, sotto la minaccia che il suo oscuro segreto possa essere rivelato. Lo spettatore esprime partecipazione emotiva per le vicende del protagonista per tutta la puntata, fino al plot-twist finale: il segreto di Kenny è che consuma materiale pedo-pornografico. Pur non essendo apparentemente al centro della trama, la pedofilia viene qui raccontata in maniera davvero inusuale. Kenny, infatti, è un ragazzo qualunque, che si divide tra un lavoro e una famiglia assolutamente normali. Non corrisponde all’immagine del molestatore psicopatico: è bene inserito nel suo contesto, non sembra avere subito traumi ed è molto giovane. Una volta superato lo shock di aver provato empatia nei confronti di un pedofilo, lo spettatore si trova a dover affrontare un’altra sconvolgente scoperta: chiunque può essere un pedofilo, tanto che probabilmente ce ne potrebbero essere anche tra i suoi conoscenti.

Il giovane pedofilo protagonista di Black Mirror

Occorre quindi rompere il silenzio che rende l’argomento tabù. L’atteggiamento di condanna rende infatti impossibile una riflessione adeguata sul tema e ne facilita la strumentalizzazione ingiustificata contro le persone LGBT o contro l’intera organizzazione della Chiesa cattolica.

La pedofilia, come necrofilia e zoofilia, è classificata come parafilia e andrebbe trattata come un vero e proprio disturbo mentale. In ambito psichiatrico, con parafilia si indicano tutte quelle pulsioni erotiche e romantiche connotate da impulsi e fantasie intensi e ricorrenti rivolti verso soggetti non consenzienti o che implichino sofferenza e/o umiliazione non consensuale. Fino al 1974, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali annoverava erroneamente anche l’omosessualità tra le forme di attrazione parafiliche. Una parafilia, però, non è e non potrà mai essere assimilata ad un orientamento sessuale, perché priva di uno strumento relazionale basilare nella comunicazione e nella reciprocità: il consenso.

Cercare di esaurire in poche righe un argomento tanto vasto e sfaccettato quanto quello del consenso sarebbe praticamente impossibile, ma in questo caso, per quanto ovvio, basta ricordare che un bambino, non importa se nel pieno dell’infanzia o pre-adolescente, non può e non potrà mai essere considerato un partner consenziente e che qualunque tipo di attività sessuale con un minore in età pre-puberale può causare traumi irreparabili, indipendentemente dalle fasi di sperimentazione (anche sessuale) di quest’ultimo.

Le origini di tale patologia psichiatrica sono tuttora molto discusse. Secondo un noto luogo comune, nel passato di ogni pedofilo si nasconde un abuso subito durante l’infanzia, ma in alcuni soggetti si tratta di inclinazioni innate ed esclusive.  Secondo alcuni degli esperti intervistati da Steve Humphries nel documentario “The Paedophile Next Door”, girato per l’emittente inglese Channel 4 nel 2014, “si nasce pedofili”. La pedofilia sarebbe, cioè, di una sorta di patologia cronica da tenere sotto controllo, come il diabete. Discorsi pericolosissimi: potrebbero fornire una forma di alibi a eventuali molestatori (“non potevo fare altrimenti”) e soprattutto autorizzare le rivendicazioni del “Partito dei pedofili” olandese o del gruppo inglese “Paedophile Information Exchange”. I due gruppi politici chiedono l’equiparazione delle loro pulsioni parafiliche ad un orientamento e la conseguente legalizzazione dei rapporti con minori.

Il desiderio sessuale verso i bambini è un fenomeno che interessa trasversalmente persone di ogni provenienza geografica e ceto sociale. Tocca, poi, persone di ogni sesso: la pedofilia femminile, per quanto poco conosciuta, esiste. In un rapporto del 2000, l’FBI stimava che circa il 4% dei responsabili di abusi sessuali su minori fossero donne. Nonostante sia molto diffuso lo stereotipo dell’omosessuale corruttore dell’infanzia, sembra, inoltre, che la maggioranza dei molestatori sia di orientamento eterosessuale. È emerso da una delle indagini più vaste ed approfondite sul tema, “The Abel and Harlow child molestation prevention study”, pubblicata nel 2001 dagli illustri psichiatri Gene Abel e Nora Harlow e basata su di una ricerca condotta nell’arco di otto anni su circa 16.000 adulti statunitensi, tra i 16 e i 95 anni, responsabili di almeno una molestia su minore. Per quanto si tratti appunto di dati riferiti ai soli molestatori, gli eterosessuali erano il 70% del totale.

Non esistono cifre particolarmente attendibili, tuttavia, per quantificare la diffusione di tale disturbo, dato che non tutti i pedofili diventano molestatori di bambini e che parte degli abusi su minori sono compiuti da non pedofili.  Esiste tuttavia una discreta porzione di persone con questo disturbo che non ha intenzione di mettere in atto le proprie fantasie, neppure sfogandole attraverso il consumo di pedopornografia. Quest’ultima comporta infatti abusi durante le riprese ed un mercato di sfruttamento dell’infanzia e di violenza sessuale nella produzione.  Sono i cosiddetti “pedofili virtuosi”. Dal momento che la riprovazione sociale e individuale verso le persone che provano questo tipo di desiderio è tanto intensa e colpevolizzante, il loro rimane un mondo sommerso.

Lo statunitense Todd Nickerson è uno dei pochi pedofili virtuosi che hanno deciso di venire allo scoperto, nel tentativo di sensibilizzare la società nei confronti di quello che lui descrive come un handicap che gli impedisce di vivere in maniera sana la propria affettività. Nickerson ha dichiarato di avere l’intento di aiutare quante più persone affette dal suo stesso disturbo possibile attraverso il sito da lui creato (www.virped.org), che permette ai pedofili virtuosi di tutto il mondo di confrontarsi e condividere il proprio segreto attraverso identità virtuali. Spesso i pedofili virtuosi riescono così a comprendere meglio la gravità del proprio disturbo e a trovare il coraggio di rivolgersi ad uno psichiatra. Non è raro, infatti, che i pedofili interiorizzino a tal punto la condanna sociale ed il disgusto per la propria parafilia da sprofondare nella più completa depressione: l’orrore nei confronti dei propri impulsi si estende alla propria intera persona ed il timore costante di non riuscire a frenare le proprie pulsioni porta in numerosi casi al suicidio.

L’incredibile solitudine a cui porta lo stigma e la conseguente disperazione sono rappresentate in maniera molto efficace da due scene di “Little children”, film statunitense del 2006 non distribuito in Italia. Ronnie, pedofilo appena uscito di prigione, cerca suo malgrado di ricostruirsi una vita, ma il vicinato lo evita ed ovunque vada si crea il vuoto attorno a lui. Quando si immerge nella piscina pubblica, tramite un’inquadratura dall’alto, vengono mostrati tutti i ragazzi mentre escono dall’acqua al suo passaggio, richiamati dai genitori. L’unica a tollerarne la presenza e a non avvertirlo come una minaccia è la madre, con cui è tornato a vivere. Alla fine del film, oppresso dal dolore e dalla frustrazione, si evira con un paio di forbici da cucina.

Se da un lato l’operazione di Nickerson ha dei risvolti positivi, dall’altro può sfociare nell’auto-indulgenza dello Shadow Project di Max Weber.  Weber, dopo appena un anno di terapia psichiatrica e la pubblicazione di un libro autobiografico, ha creato un sito per pedofili virtuosi in cui è anche possibile condividere poesie, componimenti e creazioni artistiche. L’ambizioso obiettivo del sito è quello di permettere ai pedofili “buoni” di “uscire dall’ombra” (nonostante tutti gli iscritti usino un nome fittizio) e di prendere le distanze pubblicamente dai pedofili criminali. Il risultato, senza l’adeguato supporto di un esperto, ha assunto contorni di autocelebrazione molto pericolosi: alcuni utenti sembrano quasi volere ottenere un riconoscimento pubblico per non aver mai dato sfogo alle proprie fantasie. La natura patologica del problema sembra passare in secondo piano e non viene affrontato adeguatamente il tema fondamentale della prevenzione.

Molto più equilibrato ed intelligente appare invece un programma di recupero tedesco, il Prevention Project Dunkelfeld. Tale progetto è destinato a chi teme di poter abusare di bambini o chi ha già scontato pene per reati a sfondo sessuale o di abuso su minori e non vuole commetterne altri, ma esclude chi ha un processo in corso o è sotto indagine per reati connessi alla pedofilia. Il Prevention Project Dunkelgeld propone un percorso medico gratuito e non obbligatorio (nessuna legge tedesca ne impone uno) che offre sessioni di terapia di gruppo e di incontri individuali.

Molti però dubitano dell’effettiva efficacia di simili iniziative e credono nell’utilità di creare una valvola di sfogo alternativa. Una possibile soluzione potrebbe trovarsi nella creazione di apposite chat per giochi di ruolo e sesso online con adulti che fingono di essere bambini oppure nell’utilizzare attori maggiorenni dall’aspetto infantile per simulare video pedopornografici.

L’imprenditore giapponese Shin Takagi, fondatore della Trottla, è andato decisamente oltre. Come ha lui stesso ammesso in un’intervista del gennaio 2016 con The Atlantic, ha creato una costosissima linea di bambole-bambine incredibilmente realistiche specificatamente rivolta alle esigenze dei pedofili.

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