“Modern family 1.0”: teatro, attivismo e famiglie arcobaleno in Italia

Dal 2 al 7 maggio 2017 è in programma al Teatro Atir Ringhiera di Milano “Modern family 1.0”, un divertente spettacolo teatrale prodotto dalla compagnia comica Le Brugole. Lo spettacolo affronta con ironia e leggerezza uno dei temi più “caldi” e attuali per gli attivisti LGBT italiani, ovvero la necessità di tutelare le famiglie omogenitoriali.

Nonostante, infatti, lo stralcio della stepchild adoption nella recente Legge Cirinnà,  le  cosiddette famiglie arcobaleno sono una realtà ormai diffusa e consolidata sul territorio nazionale, tanto che molti dei “ragazzi arcobaleno” sono ormai adolescenti.

Attraverso questa intervista, Virginia Zini e Annagaia Marchioro, le due attrici protagoniste della commedia, hanno espresso il loro punto di vista sulla delicata situazione italiana, sul messaggio dello spettacolo e sul loro obiettivo.

Da anni Le Brugole si impegnano ad abbattere gli stereotipi sulla comunità LGBT italiana con il sorriso. Ma chi sono Le Brugole e come è nato questo progetto?

Annagaia: Le Brugole sono nate circa nel 2011, da me e Roberta Lidia De Stefano assieme a Giovanna Donini e Francesca Tacca, che all’epoca lavorava con noi. Io e Roberta siamo due attrici, mentre Giovanna e Francesca due drammaturghe. È partito tutto un po’ scherzando, davanti a una birra al bar: ci eravamo accorte che i nostri drammi erano anche comici. All’inizio volevamo parlare di noi, senza una precisa finalità politica; quella è arrivata dopo. Con gli anni abbiamo iniziato anche a collaborare con altre persone. In particolare, questo è il primo progetto in cui lavoro in una produzione Le Brugole con Virginia Zini, con cui avevo già lavorato per progetti della compagnia Atir principalmente legati al sociale. Al momento, invece, Roberta sta lavorando con una musicista ad un progetto musicale e vorremmo continuare ad aprirci a nuove collaborazioni.

Come definireste il vostro teatro? Pensate che parlare di teatro LGBT sia limitante?

Annagaia: Sì, nel senso che il nostro non è esclusivamente teatro LGBT. Anche se in questo momento i temi più importanti del nostro lavoro riguardano il mondo LGBT, perché sono temi che ci interessano, non sono gli unici che vorremmo affrontare. Il taglio del nostro teatro è principalmente comico e ci sembra un elemento fondamentale: pensiamo che il comico sia una chiave di accesso a tematiche anche difficili, come appunto quella della situazione LGBT contemporanea. Questo soprattutto perché a noi interessa parlare a tutti, non solo ad un settore della popolazione: sarebbe limitante, no? Quindi cerchiamo nei nostri spettacoli di riportare tutto all’universale.

-Approfondendo questa risposta, quindi a chi vi rivolgete in particolare? Quale pubblico vorreste coinvolgere? 

Virginia: Sicuramente abbiamo un pubblico di aficionados e di persone sensibili al tema dell’omosessualità, però ci rivolgiamo a tutti. In particolare, dato che questo spettacolo parla del tema universale della famiglia, vorremmo parlare davvero a tutti quelli che possono comprenderlo insieme a noi, dai bambini agli anziani. Non parliamo infatti solo di una famiglia formata da due donne, ma ci interessa raccontare il mondo e la varietà di tutte le famiglie, che oggi assumono forme sempre più diverse tra loro e che rispondono sempre meno al modello tradizionale delle famiglie di una volta, madre-padre-figlio.

Come vivete l’omofobia della società italiana, ovvero ritenete che dichiararsi e combattere per i diritti siano responsabilità individuali o esporsi è sempre necessario per un artista?

Annagaia: Penso che nessuno sia obbligato a fare nulla, in generale, credo sia sempre una responsabilità individuale. Chiunque di noi può dare il suo contributo: cambiamo le cose ogni giorno, con la nostra vita quotidiana, vivendo alla luce del sole accanto a quelli che ci conoscono e ai nostri familiari. Ovviamente, però, un ruolo pubblico comporta anche una responsabilità pubblica, che hanno i politici tanto quanto gli artisti, i medici e tutti quelli che svolgono un lavoro che il mette a contatto con il pubblico. Possiamo dire che in realtà tutti noi abbiamo anche un ruolo pubblico, dato che ciascuno di noi, nel suo piccolo, ha dei momenti di vita sociale. Allo stesso tempo, però, ognuno di noi è portatore di varie identità e l’identità sessuale è solo una di esse, anche se è fondamentale e condiziona gran parte della nostra vita. Ci sono milioni di coming out che ciascuno dovrebbe fare ogni giorno: io, ad esempio, odio gli scarafaggi e ci tenevo a dirlo pubblicamente. (Ride)

– Avete seguito una sorta di ciclo nei vostri spettacoli, ripercorrendo quasi ogni tappa della vita di una persona LGBT italiana e adesso parlate con “Modern family 1.0” del tema attualissimo delle famiglie arcobaleno in Italia. Cosa in particolare vorreste evidenziare della loro situazione con questo spettacolo?

Annagaia:  Fare o meno un figlio e che tipo di famiglia creare sono domande difficili, ma che uniscono quasi tutti e che può capitare di farsi ad un certo punto della propria vita. Se fai parte di una coppia omosessuale, in Italia, queste domande diventano però ancora più difficili e quelli che per una coppia eterosessuale potrebbero rappresentare degli ostacoli, per una coppia dello stesso sesso rappresentano il più delle volte muri invalicabili. Quello che ci piacerebbe è che tutti, al termine del nostro spettacolo, riuscissero a immedesimarsi in queste coppie omosessuali e nelle loro difficoltà, riconoscendo allo stesso tempo il valore del loro stare insieme. Quello che vorremmo, in sintesi, è grande solidarietà. (Ride)

Vi siete ispirate alla situazione di amici o conoscenti per questo spettacolo?

Virginia: C’è una forte componente autobiografica: Annagaia ha iniziato a scrivere partendo da quella che é la sua famiglia e quando mi ha coinvolto ho ovviamente portato anche parte del mio vissuto familiare. Quindi, ci siamo ispirate in primis a noi e alle storie delle nostre famiglie, raccogliendo foto, diapositive, un vecchio diario di mio nonno che ho ritrovato e che viene letto in scena. Le nostre vicissitudini familiari più interessanti sono diventate elementi fondamentali del testo e venendo da una famiglia tradizionale, ho avuto modo di riflettere sul fatto che anche in questa drammi e difficoltà non sono mancati. Amore, morte e tradimento legano tutte le storie familiari, senza fare differenze. Abbiamo pensato anche alla nostra esperienza personale: io e Anna siamo state coinquiline per circa due anni e quando vivevamo insieme ci siamo rese conto di essere una famiglia. Certamente una famiglia contemporanea, senza padri, madri o figli, formata da un gruppo di amiche che hanno deciso di vivere insieme. Ci siamo ispirate, inoltre, alle situazioni di nostri amici: nello spettacolo, ad esempio, raccontiamo la storia di due nostre amiche che sono dovute andare all’estero per fare un figlio.

Avete avuto modo di confrontarvi anche con l’associazione Famiglie Arcobaleno o con una famiglia arcobaleno nella stesura del testo?

Annagaia: La nostra autrice è una mamma arcobaleno: lei e la sua compagna hanno un bambino. Possiamo dire che abbiamo avuto del materiale da studiare!

-Cos’ha una famiglia arcobaleno di “diverso” da una famiglia tradizionale?

Annagaia; Bisogna capire bene la scelta della babysitter: in una famiglia tradizionale è meglio se è anziana. Magari lesbica, così non c’è pericolo che fugga con il marito. Nel caso di due donne… conviene prendere un robot!

Quanto racconta questo spettacolo delle paure e dei problemi dei trentenni di oggi e quanto in particolare di problemi e paure esclusivamente delle persone LGBT?

Virginia: Non si può fare una percentuale esatta: i due temi si intersecano continuamente nel testo. Lo spettacolo in particolare parla delle difficoltà due donne che vivono insieme e che ad un certo punto devono fare una scelta, ma emergono anche paure universali. Senza dubbio, fare un figlio oggi per una persona di trent’anni è più problematico di un tempo, perché mancano una serie di garanzie prima scontate, come ad esempio la sicurezza di un lavoro a tempo indeterminato. In questo momento, penso che la paura di fare un figlio interessi in maniera trasversale coppie eterosessuali e omosessuali.

Pensate che la legalizzazione della stepchild adoption e dell’omogenitorialità in Italia sia ancora un miraggio lontano?

Annagaia: Io spero di no, perché in quasi tutto il resto dell’Unione Europea​ queste realtà vengono tutelate e credo che anche all’Italia verrà richiesto di adeguarsi agli stessi standard. La legge sulle unioni civili che è passata, per quanto monca, è un primo passo e mi auguro che, nonostante il dibattito sul DDL Cirinnà abbia confuso stepchild adoption e gestazione per altri, l’Italia possa presto cambiare. Penso invece che per ottenere le adozioni per le coppie omosessuali, tema che mi sta molto a cuore, la strada sia ancora lunga.

-Si sa che in Italia il più delle volte i cambiamenti sociali arrivano grazie a spinte dal basso. Pensate che sensibilizzare attraverso il teatro e la cultura possa aiutare a smuovere le acque su questo tema? 

Annagaia: Certo! Noi crediamo che la teatro sia un mezzo di comunicazione e che l’arte in ogni forma sia uno strumento molto importante con cui ci confrontiamo con la società e noi stessi, che siamo esseri sociali e contemporanei. Un artista o chiunque venga definito così dovrebbe interrogarsi su quello che lo tocca nel privato e produrre qualcosa che possa far riflettere anche all’esterno.

Un’ultima domanda: cosa pensate delle famiglie arcobaleno che scelgono di lasciare l’Italia e andare a vivere all’estero?

Annagaia: Pensiamo che sia molto triste, ma capiamo le loro esigenze e richieste, che rimangono inascoltate da questo Paese retrogrado che è l’Italia.

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