Planetarium, quando la magia dell’arte diventa impersonale

Presentato al la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia del 2016, “Planetarium” si dimostra un film con un sottotesto interessante, ma mal congeniato narrativamente e stilisticamente.

La magia del paranormale e quella del cinema francese, che negli anni Trenta è alla continua ricerca di innovazioni per stare al passo con gli Stati Uniti, che sulla settima arte stanno costruendo un vero e proprio impero, miscelate insieme. Tra sedute spiritiche e feste sfarzose – malinconiche e decadenti se paragonate alle folli ed avanguardistiche dei ruggenti anni Venti – si colloca la narrazione di “Planetarium”, l’ultimo film di Rebecca Zlotowski.

Le sorelle Barlow, Laura (Natalie Portman) e Kate (Lily-Rose Depp) sono due sensitive in viaggio attraverso l’Europa, alla ricerca di una città in cui la loro arte possa fruttare. Arrivate a Parigi organizzano spettacoli pubblici e sedute private durante le quali mettono in contatto i clienti con gli spiriti dei defunti con cui hanno dei conti in sospeso. Durante una seduta privata, il ricco produttore cinematografico André Korben (Emmanuel Salinger), catturato dall’esperienza vissuta con le sorelle Barlow, propone a Laura un ruolo da protagonista, completamente costruito su di lei, in un film che possa mostrare al pubblico le manifestazioni del paranormale.

Un viaggio interamente vissuto a cavallo della sottile linea che divide la realtà dalla finzione: Zlotowski tenta di rappresentare quel cinema francese, in crisi, che a inizio secolo aveva proprio visto la luce grazie al connubio con l’illusionismo e la magia (si pensa ovviamente al cinema di Georges Méliès), e di mostrare quanto l’arte non possa sopravvivere senza genialità, e rimanga dunque avvolta in un aura di mediocrità piatta ed ordinaria, se riposta nelle mani di chi è interessato esclusivamente al profitto. Questa chiave di lettura resta nascosta, sotterrata da un vaporoso e artificioso piano del racconto, affollato da avvenimenti e colpi di scena, non solo retorici e poco credibili, ma anche poco funzionali alla vicenda.

Mentre la regista avrebbe potuto e dovuto concentrarsi sull’interessante ambivalenza tra ciò che è reale e ciò che si crede reale, si perde maldestramente nella ricerca di delineare dei personaggi che possano incarnare l’instabilità dell’epoca che vivono; un Europa sull’orlo della guerra, dai cui si può solo scappare se si ha la forza di non venire inglobati da un crudele meccanismo di morte. I personaggi di “Planetarium” sono – parafrasando le parole di uno studioso di psicanalisi ingaggiato da Korben – i fantasmi di un futuro infausto, ancora intrappolati nell’incertezza del presente. L’incertezza del loro avvenire rende le sorelle Barlow e Korben individui vuoti, a tratti crudeli, che si nascondono dietro a scampoli di un affetto minimale, fatto di piccoli gesti anche essi ambigui, caricati a tal punto da sembrare razionalmente pianificati.

Lo stesso legame tra le due sorelle – che dovrebbero vivere in simbiosi, almeno secondo ciò che si evince dalla sceneggiatura – appaiono distaccate e scostanti, intimorite da un contatto emotivamente sentito. Tutto ciò, è inoltre rintracciabile nell’impronta registica, distaccata, neutrale, canonica, priva di empatia: Zlotowski osserva dall’esterno la sua creatura, interviene raramente e lascia scorrere con linearità e piattezza quasi due ore di pellicola. Annulla il suo ruolo e ingabbia i suoi attori, vistosamente trattenuti. L’espressività di Natalie Portman esce, dirompente come d’abitudine, solo nei frammenti meta-cinematografici, unica fonte di catartico estetismo in un crogiolo stantia ordinarietà

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