Il mondo nel monumento: simbologia cosmica nello stupa buddhista

Un uomo pacioso e simpatico dal ventre più o meno ampio che sorride beato. Questo è ciò che ai più viene in mente pensando alla produzione monumentale del Buddhismo. Ovviamente molti sanno bene che le cose non stanno così, ma pochi sono a conoscenza dello Stupa: una delle strutture artistiche e religiose buddhiste più antiche e diffuse.

Nel cuore pulsante del subcontinente indiano può accadere di imbattersi in uno o più cupoloni che, emergendo dalla terra, sfidano la geometria incerta delle colline naturali. Se ciò accade ci si trova con ogni probabilità a Sanchi, nello stato indiano del Madhya Pradesh, e si sta ammirando uno degli Stupa più antichi che si sono conservati fino al mondo contemporaneo.

Uno Stupa è un monumento buddhista di tradizione antica, e ha l’aspetto (o perlomeno lo hanno quelli indiani più antichi) di una grossa calotta, circondata da una cancellata circolare (a 4 entrate) e sormontata da un “balconcino” e da uno o più “ombrellini” di pietra.
A Sanchi si trova il Grande Stupa di Sanchi, che rappresenta, tra i tanti monumenti buddhisti del luogo, quello più emblematico e significativo. Fu costruito ( e restaurato ) tra il al III secolo a.e.c. e il II secolo a.c. per volontà di Ashoka il Grande dell’impero Maurya: un sovrano importantissimo per la storia indiana che aveva abbracciato e promosso la filosofia Buddhista presso i suoi sudditi e oltre.

Il Grande Stupa

Ogni stupa, tuttavia, può essere considerato un tumulo, poichè all’interno della calotta (che non è cava ed è inaccessibile) la tradizione vuole siano conservate le reliquie del Buddha stesso (o, in altri casi di persone di particolare santità). La leggenda narra, infatti, che le ceneri del Buddha fossero contese e quindi spartite tra otto re che le custodirono quindi in ogni angolo del mondo (otto è la somma dei punti cardinali con gli intermedi). Ashoka avrebbe poi riaperto questi antichi stupa per prendere le ceneri e distribuirle capillarmente in molti altri monumenti. Il Grande Stupa sarebbe uno di questi.

E’ interessante notare come la cancellata circolare (detta Vedika) che limita lo spazio sacro sia anche il percorso seguito dai monaci durante la “pradakshina“, ovvero la “circumambulazione” rituale della struttura. In molte tradizioni indiane, infatti, si presta onore a qualcosa (o qualcuno) camminandoci attorno dandogli la destra.
Questo tipo di devozione, tuttavia, può sembrare fuori luogo a chi sa che il Buddha non è tecnicamente una divinità da adorare per i buddhisti. Il fatto è, però, che col tempo la “buddhità” di Siddhartha, ovvero l’essenza dell’illuminazione, arriva ad essere vista come la vera realtà dell’universo, di cui lo stupa è simbolo.
Conseguenza di ciò è che il tumulo del Buddha arriva ad assumere, tra le tante altre, una simbologia cosmica che lo avvicina ai mandala.
Abbiamo infatti l’Anda: la calotta che rappresenta il cielo, l’Harmica: una cancellata che sovrastando l’Anda rappresenta il luogo dove gli dei (che non sono adorati nel Buddhismo) sia affacciano dal paradiso. Sopra l’Harmica svetta il Chattri, ovvero il parasole: simbolo di sovranità. L’asta che sorregge il parasole di pietra è detta Yashti e percorre tutta la calotta dall’interno simboleggiando l’asse cosmico che ha il fulcro dalle reliquie. Il basamento è detto Medhi e rappresenta ovviamente la terra, dove i monaci, circondati dalla Vedika, camminano ritualmente.
Le componenti più sorprendenti sono tuttavia le Torana: le porte attraverso le quali si accede allo stupa. Si tratta di un concentrato di arte scultorea e decorativa che illustra episodi della tradizione buddhista (spesso alcune delle vite precedenti del Buddha) con lo scopo di istruire il pellegrino analfabeta che avrebbe fatto visita al monumento, in maniera molto simile all’arte di molte altre religioni, tra le quali il familiare cattolicesimo.

 

Fonti: Viaggio nell’india del nord di Cinzia Pieruccini e Mimma Congedo

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