Sette minuti dopo la mezzanotte, crescere con dolore

“Sette minuti dopo la mezzanotte”, presentato in anteprima nazionale al Future Film Festival 2017, dove si è anche aggiudicato il premio per il miglior lungometraggio, è un film stratificato, in continua alternanza tra realtà e onirico d’effetto, ma con qualche vistosa caduta di stile.

Affrontare una perdita è sempre un passo difficile da compiere, a maggior ragione se come Conor si è un ragazzino, si viene bullizzati tra i banchi di scuola e si deve far fronte alla lenta e inesorabile morte di propria madre (Felicity Jones) affetta da cancro terminale. Se si aggiunge la presenza di un padre assente, che torna dagli Stati Uniti – dove si è creato una nuova famiglia – e un rapporto difficile con la nonna (Sigourney Weaver) troppo severa, a Conor non resta che rinchiudersi in un mondo immaginario (o in un sogno) in cui un enorme albero umanizzato (Liam Neeson) lo guida, attraverso la narrazione di tre storie, verso l’accettazione dell’infausto evento.

“Sette minuti dopo la mezzanotte” (A Monster Calls), terzo lungometraggio di Juan Antonio Bayona, tratto dall’omonimo romanzo young-adult di Patrick Ness, miscela un’attenta indagine sulla psicologia giovanile in relazione alla perdita e il fantasy creando un film che strizza vistosamente l’occhio a “Il labirinto del fauno” di Del Toro, per suggestioni e dinamiche narrative. Il regista imbastisce una narrazione su due binari, in principio paralleli, che si alternano, formando un unico climax ascendente che conduce dritto al punto cruciale: la presa di consapevolezza di Conor, l’accettazione di un destino a cui non ci si può sottrarre.

sette minuti dopo la mezzanotte monster calls

Entrambe le ramificazioni della narrazione, quella della reale situazione vissuta dal protagonista, e quella onirica e favolistica, acquistano, man mano che il film scorre, potenza, pregnanza e fluidità; avvolgono lo spettatore accerchiandolo ed inducendolo alla lacrima facile, stimolandolo con dialoghi che – non raramente – rasentano pericolosamente il patetico e lo stucchevole. Ciò che, senza alcun dubbio, accresce il valore di questa pellicola è il sapiente e visivamente accattivante uso della motion capture affiancato a suggestivi e dinamici acquerelli che rendono vitale e stimolante la sezione onirica del racconto e la messa in scena delle storie narrate dall’ albero. Il cuore pulsante di “Sette minuti dopo la mezzanotte” va rintracciato, però, nell’ articolazione di una scena in particolare: l’illustrazione della quarta storia, la presa di consapevolezza di Conor.

Ed è proprio allora, quando il frastuono cessa, quando giunge la resa e ogni speranza cade in un baratro nero senza fondo, che “Il ragazzino troppo vecchio per essere bambino e troppo giovane per essere adulto” abbandona la sua personale isola che non c’è e si appresta a crescere e a vivere il suo devastante e inconsolabile dolore. Un cast di grandi nomi passa in secondo piano e lascia spazio ad una magistrale interpretazione del giovanissimo Lewis MacDougall (già visto nel “Pan” di Joe Wright), che porta sulle sue spalle l’intero peso della pellicola che, con il procedere della narrazione, non gli lascia scampo, imponendogli l’assoluto ruolo da protagonista che lo porta a brillare e a far scivolare nell’ombra ogni imperfezione, anche quella più furbescamente architettata.

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