Le Pussy Riot: i primi passi della rivoluzione punk fino al 2012

Il gruppo di artiste e attiviste russe Pussy Riot con ironia e irriverenza ha mostrato le ipocrisie del regime politico di Putin e oggi si batte per i diritti di tutti gli abitanti del pianeta.

Il primo dei dieci comandamenti delle Pussy Riot recita: “Sviluppa una cultura di Ribellione. Esiste una cultura fatta di ascoltare musica e leggere libri e una cultura fatta di Ribellione. È la capacità di fare domande scomode, di sfidare e di cambiare”.

Ed è senza dubbio questo il credo più profondo di chi fa parte di questo spiazzante collettivo femminista punk. Le Pussy Riot iniziano le attività a Mosca nell’agosto del 2011: all’inizio sono poco più di dieci attiviste, con una quindicina di tecnici e aiutanti che le aiutano nelle performance artistiche. Con musica, flash mob e performance di body art esprimono il proprio dissenso verso il regime del primo ministro russo Putin, denunciando i presunti brogli che hanno portato alla sua rielezione nel 2012, i legami del ministro con la Chiesa ortodossa, la corruzione di politici e forze dell’ordine e la condizione delle donne e delle minoranze in Russia.

Per garantire l’anonimato delle attiviste coinvolte, il caratteristico abbigliamento comprende, oltre a leggeri abiti coloratissimi e collant anche con il freddo più intenso, balaclava (passamontagna) di lana colorati. Le Pussy Riot dei primi tempi cercano così non solo di proteggere i propri componenti, ma anche di mostrarsi come una sorta di streghe gentili, che incarnino il malcontento della nazione.

Proprio perché il regime nazionalista cerca in ogni occasione di utilizzare solo la lingua russa, il nome del gruppo è stato scelto in inglese e letteralmente significa “rivolta della vagina”. Il nome richiama in parte i movimenti da cui il collettivo trae principalmente ispirazione, ovvero dalla musica e dall’arte Riot grrl degli anni ’90, dai gruppi punk femministi Bikini Kill e Oi! e dal movimento di street art russo Voina (da vojna, in russo “guerra”). Come si è scoperto dal processo del 2012, alcune attiviste tra le Pussy Riot hanno infatti fatto parte di questo movimento di guerrilla art. Tra le operazioni artistiche di Voina, si può ricordare “Fuck for the heir Puppy Bear!”, avvenuta il 29 febbraio 2008, il giorno prima dell’elezione del Presidente russo Medvedev. Cinque coppie, tra cui una composta dalla diciannovenne Nadya Tolokonnikova delle future Pussy Riot e dal marito, avevano organizzato un’orgia pubblica nel Museo Statale di Biologia di Mosca Timiryazev. Altra nota performance è “Operation: Kiss Garbage del gennaio e febbraio 2011, in cui alcune attiviste baciavano in pubblico e senza consenso e preavviso delle donne poliziotto in servizio a Mosca. La protesta era diretta alla “Nuova legge sulla polizia“, approvata poi il 1° marzo di quell’anno dal presidente Medvedev per migliorare l’immagine delle forze dell’ordine e renderne il controllo centralizzato.

Un momento di “Operation: Kiss Garbage”

Le Pussy Riot attirano l’attenzione dei media internazionali il 21 febbraio 2012 con l’arresto di tre delle loro componenti, in seguito ad una performance nella Basilica di Cristo Salvatore di Mosca contro i brogli della rielezione del Presidente Putin e i suoi legami con la potente Chiesa ortodossa. Dopo essersi fatte il segno della croce le tre donne intonano la canzone “Merda di Dio”, ripresa in quello che diventerà uno dei loro primi videoclip, ma vengono immediatamente scortate all’esterno.

Le Pussy Riot nella Basilica di Cristo Salvatore

La canzone è un celebre esempio dell’acuta e irriverente satira politica del collettivo: attraverso una sorta di preghiera punk, le Pussy Riot invocano la Bogorodice o Theotókos Maria Vergine madre di Dio perché “mandi via Putin“. La canzone riprende nel ritornello “Bogorodice Devo, radujsja” dai Vespri di Sergej Rachmaninov e menziona anche il potentissimo patriarca russo Cirillo I, di cui si evidenzia il rapporto corrotto con Putin in cui crederebbe più che in Dio e a cui si svenderebbe “come una prostituta”.

Le tre attiviste arrestate subiranno un processo ai margini della legalità per teppismo e oscenità, narrato nel documentario Pussy Riot: A punk prayer”. È così che si diffonde a livello mondiale la lotta delle Pussy Riot in difesa dei diritti umani.

Credits immagini: Pussy Riot

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