Dio è sempre omicida? Cosa bisogna sapere su violenza e religione

Da lungo tempo l’antropologia ha voluto interessarsi al rapporto, perennemente controverso, tra sentimento religioso e violenza. Non sono rare le istanze nelle quali la fede ha permesso, giustificato o addirittura esortato i fedeli alla persecuzione, all’ira contro l’uno o l’altro gruppo sociale. E’ sbagliato, tuttavia identificare la violenza con la devozione ad una divinità. La storia recente ha permesso di sviluppare ulteriormente il tema.

In questi ultimi anni la società occidentale si è dovuta confrontare con forme inedite di aggressione di tipo religioso. Si pensi al terrorismo, all’undici settembre, a Daesh, ma anche alla meno recente esperienza delle opposizioni all’uguaglianza di genere, al movimento di liberazione LGBT e a quello per i diritti delle minoranze etniche. E’ ormai dal secolo scorso, infatti, che l’antropologia si vede impegnata in un discorso che lega a doppio filo l’intolleranza e la religione dei popoli.
La tesi, divenuta celebre, dello “scontro di civiltà” (Huntington 1996) vuole che le religioni offrano un forte riferimento identitario per le persone, e che quindi, al momento del contatto tra culture diverse (o con individui che non aderiscono ai canoni religiosi), esse non possano fare altro che entrare in conflitto.
Mano a mano che i valori e i legami tradizionali si dissolvono, la modernizzazione genererebbe sentimenti di alienazione e di perdizione ai quali le varie religioni offrirebbero una risposta ovvia. L’idea fondamentale è che non solo questa rinnovata fede crei appartenenza tra i propri adepti, ma anche ostilità e disgusto per gli esterni.

Marc Augè

 

Per quanto affascinante e a volte veritiera si possa trovare questa spiegazione, però, è bene ricordare il contesto storico in cui essa è nata, e che non tiene in considerazione una porzione molto ampia di tradizioni spirituali.
Marc Augè (noto etnologo francese) ha più volte insistito sull’apertura e la tolleranza che caratterizzano la maggior parte delle religioni indigene. Secondo Augè il “paganesimo”, specie se politeista, “accoglie la novità con interesse e spirito di tolleranza” (Augè 1982) perchè sarebbe sempre pronto ad ampliare il proprio pantheon divino invece che a restringerlo. Questa evidenza appare in molte testimonianze, non ultima quella di Black Elk (Uomo sacro Lakota e contemporaneamente missionario) di cui si è discusso in questo articolo.
Le celebrazioni e i rituali sono certamente momenti che esprimono una forte appartenenza, ma possono essere e sono anche momenti di scambio in cui ci si rapporta al diverso, si stringono alleanze e addirittura si cerca di eliminarla, la violenza. Tra i Kwakiutl del nord America, per esempio, una particolare cerimonia religiosa è atta a temperare l’aggressività dei guerrieri che, sebbene utile in battaglia, è considerata sconveniente nella normale vita sociale.
La simbologia e la prassi religiosa non si rivela solo come uniformante e assolutizzante, ma anche come mezzo per negoziare, alterare e ricreare la cultura in modi ben più vari e creativi di quanto si creda.

 

Fonte: Antropologia delle religioni di Enrico Comba

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