Quel cane nero della depressione: il tabù di un problema sottovalutato

La depressione è un disturbo mentale sempre più diffuso, ma conosciuto quasi solo attraverso stereotipi. Come ha sottolineato l’OMS, il primo passo per combatterla è parlarne.

Un uomo viene costantemente seguito da un gigantesco, silenzioso cane nero, invisibile agli occhi di chi lo circonda. Il cane lo perseguita ininterrottamente con pensieri negativi, spegne ogni suo entusiasmo e lo allontana dagli altri; è un segreto ingombrante di cui l’uomo si vergogna profondamente e che cerca in ogni modo di mascherare, isolandosi e rimanendo prigioniero del suo malessere.

Così lo spot dell’Organizzazione Mondiale della Sanità rappresenta la lotta solitaria contro la depressione, che nel territorio anglosassone può essere indicata con il termine “Black dog”. Le animazioni e la voce narrante sono del disegnatore e pubblicitario Matthew Johnstone, che riprende nello spot la storia della propria depressione, narrata nelle acclamate graphic novel “I Had a Black Dog” (2005) e “Living With The Black Dog” (2008). Johnstone dichiara di avere imparato ad accettare il disturbo e a conviverci quando è finalmente riuscito a parlarne con un terapista, rompendo un tabú soffocante. Ed è proprio questo il tema a cui l’OMS ha deciso di dedicare la campagna del 7 Aprile 2017, Giornata Mondiale della Salute, intitolandola “Depression: let’s talk”.

La depressione rappresenta infatti una delle disabilità invisibili più diffuse tuttora nel mondo: ul’OMS calcola che attualmente ne siano affette circa 322 milioni di persone, con un aumento del 18% tra il 2005 ed il 2015 e prevede che nel 2030 possa diventare la seconda causa di malattia dopo l’HIV. Sempre l’OMS afferma che nonostante dal 1940 rappresenti un trend in crescita nei Paesi industrializzati, l’aumento dei casi di disturbo depressivo viene sottostimato e la sua gravità sottovalutata.

Si tratta di un disturbo dell’umore invalidante, che compromette in maniera più o meno grave le capacità di concentrarsi e di relazionarsi con gli altri di chi ne è affetto e si può manifestare in maniera prolungata e costante oppure in singoli episodi transitori. Anche se i sintomi variano da paziente a paziente, esiste la possibilità di fare una prima diagnosi attraverso il PHQ-9, un test internazionale articolato in nove domande: riconoscersi in almeno cinque dei sintomi descritti può significare soffrire di depressione. La malattia si manifesta in genere con profonda e persistente tristezza, perdita di piacere nello svolgere attività prima amate, mancanza di motivazione e d’energia, disturbi del sonno e dell’alimentazione, disturbi psicosomatici, attacchi di ansia e di panico, sensi di colpa eccessivi, agitazione, tendenza alla sedentarietà e all’auto-abbandono e isolamento. Una persona depressa in genere tende alla rimuginazione ossessiva, al pessimismo, al senso di fallimento e ha spesso bassissima autostima e ricorrenti pensieri suicidi o autolesionisti.

Venire allo scoperto come depresso risulta ancora oggi qualcosa di molto raro, dato lo stigma sociale e la disinformazione: si pensa che la malattia mentale sia motivo di vergogna e che solo le persone deboli ne soffrano. Il disturbo tuttavia può colpire chiunque, indipendentemente da nazionalità, ceto sociale, sesso o età; l’età dell’insorgenza continua ad abbassarsi: attualmente il numero più alto di persone depresse si riscontra tra i più giovani, con un picco tra i venticinquenni. Inoltre, anche se è statisticamente più diffusa tra le donne, la malattia non risparmia il genere maschile: su 4.000.000 di malati in Italia, circa 1.300.000 sono uomini. Chiedere aiuto non è segno di debolezza: solo un intervento tempestivo e una diagnosi precoce possono avviare un percorso di guarigione.

Per quanto siano raramente rappresentate le persone con disturbi mentali, è fondamentale il contributo dei media nel creare la loro immagine di deboli, pazzi e fuori controllo. Pochi casi, oltre a quello della serie australiana “Please like me”, sono riusciti a rompere il silenzio sul tema con tanta ironia e delicatezza e a portare sullo schermo dei ritratti tanto realistici e accurati di persone con disturbi mentali. La madre del protagonista Josh è infatti bipolare, Arnold, il suo secondo fidanzato, ha un disturbo d’ansia, mentre Hannah, coinquilina e amica della madre, è fortemente depressa. Per quanto si mostri la malattia con maggiore verosimiglianza possibile, si tratta però sempre di personaggi a tutto tondo: nessuna delle loro personalità si esaurisce nel disturbo e vengono narrati il loro quotidiano e le loro relazioni esattamente come avviene per gli altri personaggi. Si può quindi dire che “Please like me” possa aiutare una persona depressa a riconoscersi senza creare traumi o imbarazzo.

Parte del cast della serie televisiva australiana “Please like me”

Come spesso avviene per quanto riguarda  la salute mentale, lo stigma più forte rimane però quello che arriva dall’esterno: in particolare, capita  spesso che il depresso non venga creduto da chi lo circonda. Infatti, se la depressione ha origine da un fatto traumatico come un lutto o un abbandono, viene spesso scambiata per un sentimento passeggero di tristezza e si pensa che chi ne é affetto possa guarirne da solo, con il tempo. “Ti capisco: sono stato depresso anch’io” è una delle frasi che vengono spesso rivolte alle persone malate. Minimizzare la sofferenza non dà mai nessun margine di miglioramento, semplicemente umilia il malato: a meno che non abbia conosciuto personalmente la malattia, nessuno può capire come si senta un depresso. Quando il disturbo non ha una causa scatenante precisa, si crede invece che il depresso non si impegni abbastanza per trovare la volontà di uscirne da solo. Convincere il depresso che la responsabilità sia solo sua, non fa altro che alimentare in lui alienazione, vergogna e senso di colpa.

“C’è chi sta peggio di te”: accusare il malato significa abbandonarlo all’odio verso sé stesso. La depressione clinica è un vero problema, difficile da comprendere dall’esterno, ma con conseguenze serie sul posto di lavoro, a scuola, nelle relazioni. È stato inoltre provato che il cambiamento persistente di umore, comportamento e sentimenti può aumentare il rischio per un individuo di andare incontro a disturbi come malattie cardiache o diabete.

In aggiunta, si pensa che sia imbarazzante rivolgersi ad uno specialista e affrontare il problema con una terapia adeguata: “solo i matti vanno dallo psicologo”, “gli psicofarmaci sono da drogati, non ne hai davvero bisogno”, sono queste le frasi che i depressi sentono ripetersi più spesso. Gli psicofarmaci non sono stupefacenti: in particolare i serotoninergici, usati per la depressione, non danno dipendenza e vengono utilizzati per ridurre i sintomi di una crisi acuta. Una volta che questa è sotto controllo, in molti casi si può lavorare anche solo con la psicoanalisi, ma gli psicofarmaci non sono un capriccio. 

Spesso inoltre si ritiene che la depressione si manifesti unicamente nella fase di crisi ed è solo in quel momento che per il malato viene cercato aiuto; in realtà, una persona è depressa anche quando i sintomi sono quasi impercettibili. “Una persona allegra non può essere depressa” è un luogo comune falso: centinaia di persone quotidianamente mascherano il proprio malessere per paura e per vergogna, fingendosi felici. La depressione può inoltre assumere varie forme, tra cui quelle con complicanza maniacale o bipolare, caratterizzate da una forma di agitazione che può essere facilmente confusa con un eccessivo entusiasmo. Infine non possiamo affatto dire che una persona depressa, quando appare felice, sia guarita: a volte può avere una buona giornata, ma il disturbo permane.

 

 

 

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