“Dopo le pioggie, ci sarà luna per tutti” – Mario Giacomelli

Ancora visitabile a Legnano, fino al prossimo 4 giugno, una preziosa mostra sul fotografo Mario Giacomelli presso gli spazi del MAGA (Museo Arte Gallarate) a Palazzo Leone da Perego.

Il progetto, curato da Enrica Viganò, è in realtà un particolare caso di riproposizione di una mostra passata. Infatti le 101 foto esposte sono le stesse che furono selezionate da Giacomelli in persona per una personale a Lonato del Garda nel 1985, e poi donate al Comune alla fine dell’evento. La mostra di Legnano segue quindi le scelte dell’artista, snodandosi attraverso i nuclei tematici e le serie fotografiche da lui stesso individuate come rappresentative della sua produzione.

Ritratto di Mario Giacomelli (fonte)

Mario Giacomelli (1925-2000) è stato un uomo eclettico quanto profondo nell’approccio all’arte e al suo lavoro. Nato a Senigallia, ha lavorato per tutta la vita presso la Tipografia Marchigiana di via Mastai, prima come garzone, poi come operaio e infine proprietario. Il mestiere di tipografo gli ha dato da vivere, lo ha educato al contatto quotidiano con inchiostri e forti contrasti: “Più di sessant’anni e tornerei a farlo, è un mestiere che ho fatto con amore”.

A fianco al lavoro c’è stata poi la pittura, la tanto amata letteratura, la produzione poetica, e, su tutto, la fotografia. La relazione di Giacomelli con quest’arte è stata profonda, guidata solo e soltanto dalla passione, dal bisogno interiore di esprimere con un mezzo finalmente adatto quelle che erano le sue inquietudini esistenziali, le sue paure, lo sgomento di fronte alla malattia, alla solitudine e alla morte, ma anche la gioia dell’amore, la leggerezza del vento tra le spighe, del cielo attraversato dai gabbiani. Perché se “la bocca tace quel che sente il cuore” (1), la fotografia lo urla, nello stridore dei contrasti, nella forza plastica di un bianco e nero, di un’ombra o di uno sguardo. Per combattere l’angoscia (soggetto anche di una sua poesia), in fondo ogni foto diventa un inno alla vita.

“Tutte le mie fotografie sono come autoritratti, ho sempre fotografato i miei pensieri e con questo voglio dire le mie idee, le mie passioni, le mie paure.”

Dalla serie Lourdes (1957), la fiaccolata notturna (fonte)

Giacomelli non rimane affatto isolato, ai suoi tempi, dal dibattito molto vivo attorno alla fotografia italiana, nè dai circoli di colleghi. Il successo nazionale e internazionale lo ha premiato senza riserve: già nel 1963 il direttore del dipartimento fotografico del MoMA di New York, John Szarkowsky, lo inserisce tra i cento migliori fotografi al mondo; seguiranno numerosi premi, ed esposizioni sempre più prestigiose, come le partecipazioni alla Biennale di Venezia. Ma nonostante tutto l’attitudine dell’artista è quella di rimanere lontano dai riflettori, rifiutare anche le commissioni quando serve, per lavorare sempre secondo l’intima passione, con un linguaggio libero, senza vincoli e in continua sperimentazione, ricorrendo a procedimenti poco ortodossi – tra sovraesposizioni, sfocature, bruciature – ma efficacissimi per i suoi obiettivi.

“Mi dicono spesso che le mie fotografie sono piene di errori, e invece non sanno quanta fatica mi costa fare una foto così sbagliata.”

Giacomelli sceglie i suoi soggetti con cura, che siano gli anziani nell’ospizio di Senigallia o i contadini d’Abruzzo e di Puglia, prima di fotografarli entra nei loro mondi e nelle loro vite, raccoglie la loro fiducia. Lavora a lungo e con pazienza per individuare i momenti da catturare, per sviluppare le foto, e infine per scegliere gli scatti e comporre le sue serie, quasi fossero poesie visive (e proprio dalle poesie di autori molto amati sceglie spesso i titoli per le serie stesse).

Da Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-63) (fonte)

Tra le prime serie, impossibile non ricordare Lourdes (1957), in cui, con uno stile da reportage, fotografa gli ammalati e la gente comune che affolla la cittadina francese con la speranza di un miracolo. O ancora, Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-63), la famosissima serie dei pretini, i seminaristi di Senigallia colti nei momenti di vita quotidiana, o improvvisamente ritornati bambini, colti nel momento dei giochi più sfrenati, in occasione di una sospesa nevicata. Già dagli inizi lo stile di Giacomelli adotta un contrasto accentuato che estremizza il bianco e il nero, elimina a volte le ombre, e la realtà dell’attimo dello scatto si trasfigura in poesia nella camera oscura. La fiaccolata notturna a Lourdes è, d’improvviso, pari ai capolavori dell’astrattismo. I pretini in cerchio sulla neve diventano un’immagine conosciuta in tutto il mondo.

Da ricordare senza dubbio anche Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1955-56, 1981-83) realizzata in due momenti, ritraendo gli anziani ricoverati nell’ospizio di Senigallia, dove lavorava sua madre, cui era molto legato. Le foto non nascondono la condizione degli ammalati e degli altri ospiti, sono di un realismo crudo, insopportabile, commovente. Eppure emerge tanta umanità, e tra tanta sofferenza anche un tenerissimo bacio, di una bellezza così grande che riconcilia davvero con la vita.

Da Presa di coscienza sulla natura (1955-84) (fonte)

Si passa poi per i paesi dell’Abruzzo e la gente di Puglia, fotografie che si fanno monumento al lavoro contadino, e ad una civiltà oggi sulla via della scomparsa, (con echi pittorici del realismo francese di Courbet o del primo Van Gogh) per arrivare ai famosi paesaggi di Presa di coscienza sulla natura (1955-84), dove la sperimentazione di Mario Giacomelli si fa continua ed estrema. All’inizio fotografa i campi e le colline arate, che nel bianco e nero estremo e con la luce manipolata diventano astrazione pura, ricerca informale; poi paga i contadini perché lavorino la terra a seconda di un disegno da lui suggerito, comincia a modificare la realtà ancora prima dello scatto, con un’operazione che a tutti gli effetti rientra sotto l’etichetta di Land Art.

E infine la serie dedicata a Caroline Branson, da Spoon River (1971-73), e  il volo dei Gabbiani (1981-84), tra terra e mare, cielo e nuvole, in vorticosi esperimenti di doppia e tripla esposizione.

 

Da Gabbiani (1981-84) (fonte)

Approcciarsi alla scoperta dell’opera di Mario Giacomelli, tanto più attraverso una selezione di immagini come quella esposta a Legnano, significa venire a contatto con un lavoro fotografico contemporaneo nel vero senso della parola, incredibile anche ai nostri occhi abituati al digitale eppure realizzato del tutto in analogico, con la cara vecchia pellicola, affrontando tutte le diverse fasi del lavoro e sporcandosi le mani, fino alla stampa finale.  E soprattutto, conoscere un’artista del rigore e del rispetto verso lavoro, arte e vita, narratore per immagini della natura e dell’umanità, così tanto grande, eppure sempre contenuta nel campo di ogni singola foto.

 

MARIO GIACOMELLI – La collezione della città di Lonato del Garda

a cura di Enrica Viganò

dal 19 marzo al 4 giugno 2017

MA*GA, Palazzo Leone da Perego

Legnano (MI)

Il bambino di Scanno (1957) (fonte)

 

(1) Citazione tratta dalla poesia Mia madre, di Mario Giacomelli (www.archiviomariogiacomelli.it)

Nel titolo, una citazione dalla poesia Delirio, sempre rintracciata nell’Archivio Giacomelli

Foto in primo piano, dalla serie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1955-56, 1981-83) (fonte)

Le altre citazioni di Giacomelli sono tratte dal saggio introduttivo alla mostra.

 

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