Wiener-dog, un bassotto e l’immobilità di quattro esistenze

Uno dei gioiellini del Sundance Film Festival del 2016, un crudele, minimale e diretto resoconto di ciò in cui incorrono al giorno d’oggi gli individui ai margini della società.

Il mondo è pieno di esistenze comuni, affini, che vivono il loro disagio interiore ai margini di una società pop e globalizzata. Uomini, donne, bambini e anziani dai lineamenti poco attraenti, dal carattere timido, che vivono barricati nel loro bozzolo e indossano abiti fuorimoda coordinati ai loro sguardi spenti e ai loro sorrisi forzati, velati di imbarazzo. Todd Solondz nel suo “Wiener-dog” raccoglie i frammenti di vita di quattro di questi individui, e li cuce insieme, grazie all’unico punto che li accomuna: proprio un bassotto.

Wiener-dogIl protagonista di questa storia è un bassotto nomade, che nell’arco di pochi mesi si ritrova affidato a quattro diversi proprietari: un bambino appena guarito da una malattia grave, una giovane veterinaria insicura (Greta Gerwig), uno sceneggiatore di mezza età dalla carriera compromessa (Danny DeVito), e un’anziana donna affetta da cancro terminale. E’ dunque un legame immaginario quello che lega i quattro essere umani. Si ritrovano ad essere i tasselli di un unico, grande, scarno e minimale puzzle che raffigura la vita.

Solondz adotta, come è solito fare, una struttura narrativa circolare, e compone un drammatico e solitario cerchio perfetto, raffigurazione esemplare di uno spaccato di società che solitamente passa inosservato. Dialoghi volutamente essenziali e goffi trasmettono quell’inequivocabile senso di imbarazzo e di inadeguatezza che la pellicola vuole riportare. La svogliata, instabile, anaffettiva e apatica vitalità dei compagni di viaggio del bassotto è destinata ad incrinarsi e frantumarsi. Non c’è limite al peggio, si può solo precipitare, anche quando si è convinti di avere un’alternativa, non per forza migliore.

“Wiener-dog” è un biglietto di sola andata verso un momento di blocco totale, verso un’immobilità permanente dalla quale non si rinviene. Ma cosa persiste negli istanti che precedono il blocco? Una smisurata generosità, uno sfiancante altruismo e la ferma convinzione che nel prossimo possa risiedere quella bontà d’animo che gli infelici e depressi protagonisti non sono riusciti a riscontrare in chi gli sta accanto. Una crudeltà grondante di verità fasulle, di giochi di potere, di meschini doppi sensi è ciò che una società cinica ed insensibile può offrire ai suoi figli in difficoltà.

Wiener-dog frame

Il regista mette in scena una dura critica nei confronti degli Stati Uniti e della loro way of life, tanto da affidare ad un cane il compito di fata madrina, un cane che osserva, empatizza, e alla fine – a differenza di tutti gli esseri umani che ha frequentato – agisce affrontando a testa alta il suo destino infausto. “Wiener-dog” viene provocatoriamente chiamata commedia. E si tratta di una commedia, senza dubbio, per quella larga maggioranza di pubblico che non sa guardare oltre la superfice grottesca e paradossale di un intreccio, al contrario, complesso e ramificato. La pellicola lancia un grido d’aiuto; il punto, in conclusione, è: chi lo coglierà?

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