La Bhagavad-gita: il “vangelo” Hindu

La Bhagavad-gita o “Canto del Glorioso Signore” è uno dei passaggi più famosi del poema più importante dell’india: il Mahabharata. Essa riassume in sè molti aspetti della religiosità Hindu.

Uno dei poemi indiani più grandi e intrecciati è il Mahabharata: il poema Hindu per eccellenza, che narra (tra le altre infinite trame) principalmente della rivalità tra due schieramenti di cugini (Pandava e Kaurava) per la successione al trono del regno di Kurukshetra (India settentrionale).
Nel cuore di questo componimento (capitoli 25 e 42 del sesto libro) ci si trova di fronte alla descrizione della battaglia tra gli eserciti dei Pandava e dei Kaurava. La vicenda é narrata da Sanjaya: l’auriga del re cieco Dhritarashtra che ha il potere di vedere contemporaneamente tutto il campo di battaglia. Tramite le parole dell’auriga, è descritto il momento precedente all’inizio degli scontri, durante il quale l’eroe Arjuna (che combatte per i Pandava) ha un dialogo con il suo auriga Krishna: una delle divinità più importanti dell’induismo.

Poco prima dello spargimento di sangue, Arjuna è sopraffatto dalla compassione e, desolato, espone a Krishna la propira reticenza a questa guerra fratricida. “O Krishna, vedendo questa mia gente schierata, pronta a combattere, languiscono le mie membra”…”Un grande peccato noi siam decisi a commettere, poichè, per cupidigia dei piaceri del regno, ci apprestiamo ad uccidere la nostra gente!”.
Appare chiaro che la vera battaglia sarà nell’interiorità dell’eroe, nella quale, grazie ai consigni di Krishna, si possono vedere i valori fondanti dell’antica società indiana.

Krishna, innanzi tutto, cerca di convincere Arjuna appellandosi al concetto di dharma: l’ordine eterno e naturale delle cose, che desidera la non violenza come generalmente desiderabile, ma che in questo caso impone a Arjuna il combattimentimento, perchè lui è un guerriero e i guerrieri devono combattere.

Ma non è solo al dharma e al dovere personale (sva-dharma) di Arjuna a cui si riferisce il dio.
Subito dopo si aprono infatti i due nuclei filosofici della Gita: da un lato il principio metafisico dell’eternità di ogni cosa e dall’altro il principio etico dell’azione priva di attaccamento ai propri frutti.
L’insegnamento del primo principio coincide con l’enunciazione del concetto di brahman: uno dei fondamenti dell’induismo. Krishna spiega come la realtà caduca delle cose non sia in effetti la vera realtà, poichè essa è il brahman: l’Assoluto, l’Eterno, il principio unico e universale che è, rivela il dio, Krishna stesso: “Null’altro esiste all’infuori di me“…”Su di me tutto è infilato, come una serie di perle su un filo”.
Per manifestare l’universo visibile il dio usa la propria potenza creatrice, o maya, nella quale gli uomini e tutte le creature sono immersi e, se essi sono mortali solo in questa realtà circostanziale, allora Arjuna non deve effettivamente uccidere la propria gente.

Il “Glorioso Signore“, non pago, procede con il definire che, per sfuggire al ciclo infinito delle reincarnazioni (samsara) la cui logica è determinata dall karman, ovvero dalla legge di retribuzione delle azioni con eventi (o vite future) che rendano conto della loro moralità, la via da intraprendere è quella di fare azioni completamente disinteressate.
Ti compete soltanto l’agire, non mai i suoi frutti“…”Quell’uomo che, rinunciando a tutti i desideri, vive privo di voglia di possesso, di attaccamento e di egoismo, giunge alfine alla pace”.
Aderendo al dharma per puro principio e senza curarsi delle conseguenze delle proprie azioni, si sfugge alla logica del karman e quindi si può accedere alla liberazione (Moksha) che è il fine vero da perseguire (e che verrà ripreso da gran parte delle religioni indiane).
Per ottenere tutto ciò è necessario offrire le proprie azioni al Signore, in una sorta di perpetuo sacrificio che viene a definire l’ultimo punto fondante della Gita: la devozione al dio, ovvero bhakti, come cammino verso la liberazione.

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