Dentro il mercato del sesso: lo stigma verso i sex worker

Si dice che la prostituzione sia il lavoro più vecchio del mondo, ma del sex work in realtà si sa davvero poco. Poche professioni sono tanto derise e disprezzate: si pensa sempre che un sex worker sia stato senza dubbio forzato a intraprendere questa carriera.

Questo riguarda purtroppo le numerose vittime del trafficking e gli esponenti di realtà emarginate, costretti a ricorrere alla prostituzione, prevalentemente di strada, per sopravvivere. Quando si parla di chi ha scelto di praticare questa professione, ci si trova però di fronte ad una notevole confusione. Risale infatti alla metà di aprile la notizia di una professoressa transessuale veneta che sta rischiando di perdere la cattedra perché, secondo un alunno, offrirebbe servizi sessuali su un sito pornografico. Nonostante non si abbia la certezza dell’effettiva presenza della donna sul sito, la vicenda ha assunto connotati transfobici e sessuofobici, mettendo in luce il modo in cui la società, in particolare italiana, vede la prostituzione. Sebbene infatti, per la legge italiana, non costituiscano reato nè la pornografia nè la prostituzione fra adulti consenzienti, la gravità delle dichiarazioni e dei provvedimenti richiesti dall’assessore all’istruzione della Regione Veneto lascia pensare al contrario.

Occorre dunque fare chiarezza, definendo in primo luogo, cosa si intenda con sex work. Giulia Garofalo Geymonat, ricercatrice specializzata nel mercato del sesso, definisce nel saggio “Vendere e comprare sesso” il sex work come un termine ombrello che comprende tutte le forme di prestazione sessuale online e dal vivo retribuite in maniera esplicita e definita, da denaro o beni materiali. La grande famiglia dei sex worker include dunque una vastissima umanità, che va dalle prostitute di strada alle webcam girl, fino alle escort che lavorano per agenzie. Non rientrano invece in questa definizione le persone di qualunque genere e orientamento sessuale che scambiano servizi sessuali per favori e vantaggi lavorativi, politici o economici. Oltre alla chiarezza dello scambio, un altro tratto accomuna tutti i lavoratori del sesso: lo stigma della prostituzione prima menzionato, ovvero “quell’insieme di opinioni, comportamenti, leggi che isolano, discriminano e puniscono chiunque scambi il proprio lavoro sessuale in maniera esplicita in cambio di denaro”. Nel volume, la ricercatrice ha inoltre cercato di quantificare questo fenomeno, che, per quanto rappresenti un tabù, ha dimensioni considerevoli sia sul fronte della domanda che dell’offerta. In Europa i sex worker sarebbero 1-2 milioni, mentre in Italia le stime sulle persone che si prostituiscono si aggirano fra 50.000 e 100.000: circa la metà lavora al chiuso, l’altra metà in strada. Il numero degli street worker è costituito al 95% da donne, incluso il 15% costituito da donne trans e al 5% da uomini; il 10% del totale si stima abbia meno di 18 anni. Per quanto riguarda i clienti, invece, le stime oscillano tra 2 milioni e mezzo e 9 milioni per l’Italia, mentre sarebbero 40 milioni per l’intera Europa.

La situazione legale dei professionisti del sesso varia da Paese a Paese: nella sola Europa coesistono modelli “proibizionisti”, diffusi soprattutto nell’Est, che prevedono sanzioni o detenzione per clienti e sex worker, modelli “neo-proibizionisti”, come quello svedese, che prevedono sanzioni per i clienti ma non per i sex worker, modelli “regolamentaristi” che invece trattano la prostituzione come una qualsiasi altra attività lavorativa. Questo è, ad esempio, il caso della Germania, in cui tale attività è perfettamente legale sia per lavoratori autonomi che per dipendenti di case chiuse ed è obbligatorio per il sex worker il pagamento dell’imposta sul reddito e dell’IVA sui servizi offerti. La maggior parte dei Paesi europei, inclusa l’Italia, ha però adottato il modello “abolizionista”: la prostituzione non è illegale, ma la sua pratica viene scoraggiata non regolamentandola e punendo tutte le attività collaterali ad essa. In particolare quella italiana si presenta come una situazione problematica, perché derivata dalla legge Merlin, che nel 1958 ha reso illegali l’esercizio di case chiuse, il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione. Se da un lato però questo contribuisce alla tutela e al benessere dei sex worker, dall’altro rende loro difficoltoso svolgere il proprio lavoro in modo libero e sicuro, costringendoli a rimanere nell’oscurità. Senza dubbio, forme di regolamentazione potrebbero rendere l’intera situazione più trasparente, rendendo così più semplice anche la tutela delle persone costrette alla prostituzione.

Il “modello abolizionista” è presente anche nel Regno Unito, dove vive la giovane sex worker londinese Andy “Disco Tits”, che in una recente intervista per Vice ha espresso la propria insoddisfazione verso questo sistema. Andy spiega come anche un’eventuale “legalizzazione” potrebbe in realtà tutelare ancora meno il professionista, conferendo maggiore potere allo Stato e alle forze dell’ordine. Non è infatti raro, in particolare in un regime proibizionista, che un lavoratore del sesso subisca abusi da parte di queste. Andy racconta come ad esempio possa succedere che, quando un sex worker denuncia uno stupro, non solo non venga creduto, ma spesso venga punito. La sex worker londinese pensa che si dovrebbe favorire invece una “decriminalizzazione” della professione, partendo dalla progressiva eliminazione dello stigma della prostituzione. In realtà, lo stigma non arriva soltanto dallo Stato e dalla società: come spiega Andy nell’intervista, le istanze delle sex worker sono minacciate anche dalle SWERF.

La sex worker Andy

Le SWERF, Sex Worker Exclusionary Feminists, sono donne che militano nei movimenti femministi internazionali e che chiedono di non includere le lavoratrici del sesso nei loro progetti e di non lottare per i loro diritti, perché il loro lavoro darebbe sostegno al sistema patriarcale e degraderebbe il corpo di una donna. Andy, che ha scelto spontaneamente questa professione, al contrario si definisce femminista e riassume brevemente perché il suo lavoro le permetterebbe invece di minare il sistema patriarcale dalle basi. La ragazza, che lavora in autonomia, evidenzia come il sex work le permetta di decidere quando lavorare durante la settimana e per quante ore, fissare un proprio tariffario, scegliere i propri clienti e quali servizi offrire. Questa libertà, a suo parere, rappresenta un vero e proprio gesto di sfida verso il patriarcato, perché le conferisce potere, capacità decisionale e la possibilità di scegliere liberamente cosa fare con il proprio corpo. In un sistema economico e sociale che penalizza costantemente il sesso femminile, attraverso salari ridotti e meno possibilità di accesso rispetto alla controparte maschile, quella di Andy non sembra una situazione problematica. In un’ottica che va oltre la disparità di genere, quella della ragazza sembra una situazione ottimale anche rispetto a quella di molti suoi coetanei, spesso lavoratori precari con salario minimo.

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