Sull’Europa da sempre unita nella cultura – Philippe Daverio e Le Stanze dell’Armonia

Ogni volta che si ha l’occasione di ascoltare o di leggere Philippe Daverio ci si ritrova di fronte ad un flusso inarrestabile di aneddoti, citazioni, nozioni preziose, legate dalla sua caratteristica ironia e dal fluido eloquio in almeno tre lingue. Da tutto questo emerge spesso il racconto di una storia dell’arte e della cultura viva, e l’apertura a riflessioni di importanza centrale, nel mondo di oggi.

Ne è un esempio l’incontro organizzato al Salone Internazionale del Libro di Torino domenica 20 maggio, legato a due degli ultimi volumi pubblicati da Daverio, Il secolo spezzato delle avanguardie. Il museo immaginato (2014) e Le stanze dell’armonia (2016). Titolo della lezione, 1917 – 2017, Parade di Picasso o Gas Mostarda?. Da un accostamento tanto eclettico non si può immaginare cosa aspettarsi. Eppure lo spessore della conversazione raggiunge subito il punto nevralgico della questione.

Philippe Daverio, Le stanze dell’armonia, Rizzoli 2016

Siamo nel 2017, ed esattamente cento anni fa “si tiravano le ultime cannonate della Prima Guerra Mondiale”. Il problema è che non se ne sta parlando affatto. Non si ricorda cosa ha significato e a cosa ha dato vita quel conflitto, in Europa e nel mondo. Si tende a non avere memoria storica, vizio congenito nel Belpaese. Eppure, sebbene la cattiva memoria sia alle volte fonte di felicità, non ricordare porta a compiere tragicamente gli stessi errori.

“Da giovane mi colpì violentemente una frase su un muro nel campo di Dachau: «Chi non ricorda è destinato a ripetere»”

L’Europa durante il primo conflitto mondiale aveva, letteralmente, due facce. Si moriva nelle trincee ogni giorno, una vera mattanza, ma nelle retrovie, a Berlino, a Parigi, tutto era tranquillo, la vita procedeva senza turbamenti. Erano i decenni delle avanguardie storiche, del fiorire degli intellettuali. Nel 1917 il numero di spettacoli a Parigi non è calato rispetto agli anni prima della Guerra, e i Ballets Russes di Sergei Diaghilev, con Pablo Picasso, Erik Satie e Jean Cocteau portavano in scena il balletto Parade. Allo stesso tempo, in Germania, si metteva a punto e si cominciava ad usare un gas urticante e letale per gli organi interni, detto gas mostarda.

Questa Europa così scossa e intrisa di sangue, eppure ancora così vitale, era ancora un’Europa unita. Oggi si parla tanto di Unione Europea, così tanto che ormai il concetto è percepito con un certo fastidio, collegandolo solo e soltanto alla sfera politico-economica. Ma non si è inventato nulla, anzi  pervertito quella che era da millenni una realtà. L’Europa è sempre stata unita, ma nella cultura. Un’unità culturale che ha radici antichissime, dall’antichità classica passa attraverso il medioevo, la cristianità, l’età moderna, per arrivare fino alle porte dell’oggi.

“Vi è un cimento che lega i popoli che la compongono, questa Europa, ben più delle nazioni che vi sono cresciute. È il formidabile bagaglio culturale comune.[…] Il mondo non era la nazione, ma l’Europa intera”, nella quale ci si spostava liberamente e in cui il viaggio, lo scambio, l’apertura degli orizzonti, era il miglior mezzo di formazione. “Chi si spostava era eccellente. Chi si fermava era morto o, peggio ancora, faceva morire gli altri con le guerre per difendere gli interessi del proprio potere locale.” (1)

Con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, e con il suicidio di Walter Benjamin, secondo Philippe Daverio termina il secolo breve delle Avanguardie, si frantuma il sistema culturale europeo. Con il secondo conflitto gli equilibri europei si spezzano davvero, un’intera classe intellettuale fugge in America, e se non riescono ad abbandonare il vecchio continente l’alternativa è la deportazione, o la morte.

Come fare dunque oggi a recuperare l’eredità culturale europea, quell’esempio di unione di spirito e di intelletto, di flusso ininterrotto di idee che hanno costituito sempre la base di un progresso? Quali tracce seguire, dove trovarne la testimonianza? La risposta è immediata, sembra addirittura troppo semplice: nei musei, nei grandi musei d’Italia e d’Europa, come anche in quelli che nel mondo sono sorti proprio grazie all’esempio delle storiche istituzioni italiane, francesi, tedesche, inglesi…

“Nel museo andiamo a cercare la memoria e le citazioni della nostra identità.” (1)

Galleria di quadri con viste dell’antica Roma, Giovanni Paolo Pannini, 1758 (fonte)

Ne Le stanze dell’armonia Daverio racconta in un ideale gran tour la genesi dei più grandi musei d’Europa e la creazione del patrimonio che accomuna gli europei, da sempre. I musei, luoghi per eccellenza della conservazione e della memoria, presidio inespugnabile della Storia e della miriade di storie comuni, quelle di ciascuno. Oggi più che mai, pertanto, il ruolo dell’istituzione museale è fondamentale.

C’è una parola bellissima, che può sembrare desueta, relegata solo ai libri di letteratura e di storia: cosmopolitismo. Una parola bellissima, di cui si dovrebbe recuperare il significato ed imparare, di nuovo, ad esercitarne il valore. Dall’etimologia greca, cosmopolitismo è l’atteggiamento proprio di chi si considera cittadino del mondo, ma più precisamente del kòsmos, un mondo ordinato. Il primo ad utilizzare questa parola fu Diogene il cinico, poco meno di 400 anni prima della nascita di Cristo. Da allora è sempre stato un valore per ogni intellettuale e studioso, fino al XVIII secolo, in cui cosmopolita era sinonimo di filosofo. Si era cosmopoliti perchè non si poteva non esserlo, uniti nella cultura benchè divisi dagli eserciti.

Sarebbe bello, oggi, potersi proclamare di nuovo tali, con orgoglio: liberi di viaggiare per formarsi come persone e cittadini, di vivere senza confini di nazione ad imbrigliarci, senza muri, senza terrore. Ricominciare a farlo, poco a poco, dal più piccolo gesto, varcare la soglia di un museo, scoprendo che cosa questo racconta di ciascuno.

 

(1) Da Philippe Daverio, Le stanze dell’Armonia, introduzione

Foto in evidenza – fonte

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