25 anni dalla morte di Falcone: un ergastolo per la verità

A venticinque anni dal suo assassinio, facciamo i conti con l’eredità di Giovanni Falcone e le ombre ancora da dissipare

In qualsiasi parte del mondo ci si trovi, appena ci si riferisce all’Italia, dalla bocca di qualsiasi persona, non italiana, si sentono articolare tre parole: pasta, pizza, mafia.
A volte una delle prime due viene sostituita da “mandolino”: la terza, mafia, c’è sempre.
C’è perchè Al Capone, Joe Masseria, Joe Valachi, Vito Genovese, Luciano Liggio, Tommaso Buscetta, Totò Riina, Bernardo Provenzano portano cognomi che rimano con l’italiano e sono considerati dal mondo intero veri e propri souvenir del Belpaese.
Nel cinema, da “Quei bravi ragazzi” alla trilogia de “Il Padrino”, i più grandi registi hanno omaggiato lo stivale con film sulle vite dei mafiosi, sulle loro tradizioni, sulle loro guerre.
Pizzo, racket, omertà, corruzione, estorsione, sono presenti in Italia come in poche altre parti del mondo.
Sarebbe molto semplice associare la cultura italiana a quella mafiosa.
Sicuramente una è madre dell’altra, ma la mafia non è la sua unica figlia.
Se è vero che l’Italia è la terra di Cosa Nostra, della ‘Ndrangheta, della Sacra Corona Unita e della Camorra, è altrettanto vero che è la patria dell’Anti-Mafia.
La differenza è che una rispetto all’altra, paradossalmente, è molto meno nota nel resto del mondo.
Una fatta dai peggiori criminali della Storia, l’altra fatta da eroi silenziosi che lottano quotidianamente e martiri continuamente traditi dallo Stato per cui hanno lottato.
Uno di questi, si chiamava Giovanni Falcone.

Falcone e Borsellino

Nato a Palermo e morto, anzi, ucciso a Capaci, è stato uno dei più grandi uomini che hanno potuto vantare e che possono vantare ancora oggi la Sicilia, l’Italia e, se solo lo conoscesse un po’, il mondo intero.
Falcone è stato il primo magistrato ad ottenere il pentimento da parte di un mafioso, e che mafioso: Tommaso Buscetta.
Grazie a lui lo Stato italiano ha potuto conoscere l’intera struttura di Cosa Nostra; o forse lo Stato la conosceva già da molto prima di Falcone. Ad ogni modo è stato il primo a farla conoscere agli Italiani.
Grazie a lui e al suo compagno di di lotta, di vita e di morte, Paolo Borsellino, l’Italia delle vittime delle stragi mafiose, l’Italia delle persone giuste e oneste, l’Italia della dignità ha potuto vedere alla sbarra decine di boss mafiosi e migliaia dei loro soldati.
Tradito da alcuni suoi colleghi del Consiglio Superiore della Magistratura, il C.S.M, tradito da agenti della polizia. tradito dalla politica, Falcone ha portato avanti la sua lotta essendo convinto che “la Mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha inizio e ha una fine”.
Lui voleva essere quel punto finale, ma, complice uno Stato colluso, è stato finito prima lui dalla mafia, assieme a sua moglie Francesca e agli uomini della sua scorta.
Ciò che i disonorevoli “uomini d’onore” non sono riusciti ad affogare nel sangue con il loro tritolo sono le idee. Idee che ancora “camminano sulle nostre gambe”.

Giovanni Falcone
All’appello di ciò che è rimasto da quel giorno, 23 Maggio 1992, manca forse però la cosa più importante: la verità.
Sequestrata tra gli archivi segreti dello Stato Italiano e le oscure anime di chi sa e ancora non ha parlato, ancora oggi non si sa chi, dei vertici politici, è stato il mandante di quella strage.
Ma per i cittadini onesti è tempo di verità. È tempo di conoscere i veri volti responsabili della stagione più scura che ha vissuto l’Italia del dopoguerra. É tempo di sapere a che punto è la trattativa Stato-Mafia.
Lo chiede la memoria di Falcone, oltraggiata da centinaia di ipocriti discorsi di commemorazione articolati dai banchi del Potere.
Lo chiede quell’inspiegabile senso che, senza troppa filosofia, fa sì che un uomo sappia distinguere nel profondo della sua anima ciò che è giusto è ciò che non lo è.
Lo chiedono tutte le vittime che ancora oggi fanno tutti quei Padrini, padri di non si sa bene cosa;
Urge un atto di amore verso la giustizia e contro l’odio.
Urge dimostrare che la chimica che componeva quel tritolo non è nulla in confronto a quella dell’amore.

È tempo dimostrare che loro, i mafiosi, non sono stati Capaci di niente.

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