Fortunata, decalogo del cinema di Castellitto

Fortunata”, presentato all’ultimo Festival di Cannes nella sezione “Un Certain Regard” è un breve sunto ripetitivo e riepilogativo del cinema di Castellitto, supportato dalla – questa volta – poco originale penna di Margaret Mazzantini.

 

Coppia vincente non si cambia, sembra essere il motto preso alla lettera dai coniugi Mazzantini-Castellitto, che con “Fortunata” tornano nuovamente a lavorare insieme. Lui alla regia e lei alla sceneggiatura, questa volta originale e non adattata da un romanzo precedentemente pubblicato. Anche gli argomenti trattati, come la coppia, sembrano non voler cambiare: rapporti sentimentali travagliati, figli che crescono in nuclei famigliari instabili e precari, improbabili e fallimentari incontri tra mondi opposti: il solito borghese annoiato che perde la testa per una tanto volgare quanto attraente e problematica parrucchiera di borgata.

 

Fortunata (Jasmine Trinca), a differenza di ciò che suggerisce il suo nome, la fortuna non la conosce, e non l’ha mai conosciuta: alle prese con un marito violento da cui sta divorziando, lavora in nero come parrucchiera aspettando un finanziamento che permetta a lei e al suo migliore amico Chicano (Alessandro Borghi), tatuatore, di aprire un negozio tutto loro. Fortunata ha anche una figlia di otto anni, Barbara, che per affrontare la separazione dei genitori sembra aver bisogno dell’aiuto di uno psicologo. Il rapporto che nascerà tra Fortunata e Patrizio Malaguti (Stefano Accorsi), psicologo che si occuperà del caso della piccola Barbara, comprometterà ulteriormente la precaria stabilità della protagonista.

 

In un’atmosfera riempita di “già visti” e “già sentiti” che strizzano l’occhio e rimandano a “Non ti muovere”, Castellitto gioca, come d’abitudine, sulla sciattezza esteriore, involucro di un cuore e di una mente pulsante ed impulsiva, schiava del tempo che si affanna a rincorrere e che non può in alcun modo raggiungere o riavvolgere. La sfrontatezza e la forza d’animo di Fortunata, più vibrante e meno schiva di quella di Italia (Penelope Cruz nel già citato “Non ti muovere”) ammaliano e feriscono allo stesso tempo, catturano gli “aficionados” che ne vengono immediatamente travolti e annoiano il rimanente degli spettatori.

Una sceneggiatura poco organica e dispersiva non aiuta la pellicola a decollare, troppe finestre vengono aperte, ma dentro ad esse non viene concesso il tempo di poter guardare con chiarezza. Azioni e reazioni si susseguono, stati d’animo si alternano: amore, odio, risentimento, paura e disperazione, ma non viene dato loro modo di scaturire nella più completa autenticità. Gli spunti interessanti vengono bloccati sul nascere. In “Fortunata” ci si perde e non ci si ritrova, si inciampa nella maestosa presenza scenica di una straordinaria Jasmine Trinca che, sostenuta da un convincente Alessandro Borghi, tenta di tappare le falle di un’imbarcazione alla deriva nel bel mezzo di una tempesta emotivamente difficile da sostenere.

 

Il focus principale della vicenda sfugge di continuo, dimostrandosi ingannevole: Fortunata – il personaggio – perde la sua centralità, a tratti svanisce per lasciare spazio alle tragiche prese di posizione degli altri personaggi. Tra adulti che si comportano come bambini, bambini che, senza neanche comprenderne la ragione, rivendicano diritti da adulti, Castellitto insinua una vena di nichilismo refrattario che persiste e non scompare. Viene da chiedersi se in “Fortunata” si possa davvero intravedere uno spiraglio di cambiamento, o se, nonostante ci si immerga nella tragedia – a cui dovrebbe segnare la svolta – si finisca per ritrovarsi esattamente al punto di partenza: il borghese rimane arido, spregiudicato ed indifferente, la “popolana” ingenua, sfortunata, in continua lotta con il tempo, e la vita un ammasso maleodorante di sacrifici e compromessi dal cui odore non ci si libera.

 

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