Cultural appropriation: maneggiare con cura

E’ da qualche tempo che nel dibattito accademico anglosassone ha preso piede il concetto di “cultural appropriation”. Grazie ad esso si spera di riuscire a studiare meglio e quindi eliminare molti fenomeni di discriminazione etnica; in realtà si tratta di un paradigma più politico che scientifico che porta con sè vari assunti problematici per l’antropologia.

 

Molti dei più recenti autori che studiano la globalizzazioni riportano spesso un apparente paradosso: il crescente flusso transnazionale di cultura non sta producendo tanto un’omogeneità globale ma, al contrario, una crescente rivendicazione di eterogenicità delle unicità locali. Si può parlare di una reazione alla “cultura globale” che intende cristallizzare e stabilizzare le pratiche e le credenze di alcune società, nella speranza di preservarle “pure”.

E’possibile intendere il termine “appropriazione” come puramente descrittivo, ma recentemente si è colorato di una non indifferente carica morale che identifica questo processo come inappropriato o addirittura razzista. Si può certo immaginare quanto sconfortante sia per un vecchio aborigeno australiano, spesso discriminato dalla popolazione di discendenza europea, vedere un gruppo di giovani artisti bianchi vendere a caro prezzo la propria musica a base di didgeridoo. Si può anche pensare a come si senta un giovane afroamericano nel vedere cantanti bianchi raggiungere la celebrità, a lui preclusa, atteggiandosi “da neri” e rappando (la cantante Iggy Azalea è stata spesso accusata di appropriazione della “cultura nera”). Un sentimento probabilmente più vicino al lettore potrebbe essere la frustrazione che molti italiani provano nel vedere modi indebiti per la preparazione della pizza (la famosa “pineapple pizza“), della pasta (“fettuccini Alfredo“) o di altri piatti presentati come autenticamente italiani.

Iggy Azalea

Si tratta di un problema molto sentito, che ha a che fare con tematiche estremamente serie e concrete come il razzismo e la rappresentazione sbagliata di valori culturali cari a molti.
Tuttavia, gli antropologi hanno spesso mosso varie obiezioni al concetto di appropriazione culturale, anche perchè l’antropologia è una disciplina letteralmente fondata sulla rappresentazione, anche manipolata, rielaborata e spesso errata, della cultura di diversi popoli.

Il primo problema che, per esempio, è stato mosso da Michael F. Brown su Current Anthropology, è il come dovrebbe definirsi una “proprietà” della cultura. Nel caso si legiferasse secondo il concetto di “appropriazione culturale”, infatti, si definirebbe la cultura come proprietà di un gruppo di persone; ma come identificare tale gruppo? A chi chiedere il permesso per poter indossare un copricapo di piume indiano? Chi ha l’autorità di elargire i diritti per fare la pizza? In altre parole: chi sono “i veri” indigeni?
Pensare alla cultura come qualcosa di posseduto invece che semplicemente sentito, creduto o praticato non è per nulla una posizione neutra nell’ambito accademico, e richiede una giustificazione teorica di peso.

Approvare una legge, anche puramente morale, in tal senso significherebbe definire chi sono “gli indigeni“, qual’è effettivamente la “cultura indigena” e tutto ciò in completa noncuranza di uno dei dogmi più importanti dell’etnografia: la mutabilità della cultura e la facilità con cui due società amalgamano le proprie pratiche. E’ qui che si apre un’altra grande obiezione al concetto di “cultural appropriation”; ovvero la tendenza a vedere i popoli come incasellabili in paradigmi fissi e definiti dall’alto. Per l’ambiente post-coloniale anglosassone, abituato a dividere le persone secondo “razze“, queste caselle sono spesso e volentieri il colore della pelle delle persone. Si arriva così a ignorare le differenze culturali tra individui dello stesso colore e a estremizzare invece le altre, con la pericolosa conseguenza di riaffermare il paradigma razzista per mezzo dell’equazione “stesso colore=stessa cultura”.

Un cosplay di Pocahontas. Il cosplay è una della arti più accusate di appropriazione

Un ulteriore problematicità del definire l’appropriazione sta nel voler ignorare l’altro grande parametro dell’analisi etnologica: il relativismo etico. Chi è lo studioso occidentale per definire cosa significa, per un popolo, che la sua cultura venga “appropriata”? Essendo il sistema di valori sempre relativo alla società, non si può definire l'”appropriarsi” di particolari pratiche come intrinsecamente offensivo per la cultura da cui queste pratiche originano. Sarebbe al contrario un’ingerenza della propria cultura verso un’altra il voler dettare cosa dovrebbe essere o non offensivo verso di essa.

Combattere i soprusi, legiferare in favore di una scuola che non ignori le culture diverse e i loro contributi ed eliminare le discriminazioni sono tutti intenti nobili, ma non bisogna dimenticare i paramentri che l’antropologia stessa ci fornisce ed evitare di alterarne i presupposti per ottenere dei risultati che vanno ricercati tramite un cambiamento sociale organico basato principalmente sul rispetto delle persone e non di un canone morale forzatamente estrapolato da una disciplina che dovrebbe invece stare alla larga dai giudizi etici.

 

 

 

Fonti: Can Culture Be Copyrighted? su Current Anthropology Vol. 39; Cultural boundaries su Anthropology Today Vol. 15

 

 


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