Ageism, società e pregiudizi: non è un mondo per vecchi

L’ageism è una forma di discriminazione riguardante l’età di una persona. Attualmente è molto diffuso, anche se sottovalutato, il pregiudizio verso le persone più anziane.

Le recenti elezioni presidenziali in Francia hanno generato grande interesse nel resto dell’Europa, tenendo fino all’ultimo i cittadini europei col fiato sospeso. Non sono mancate però critiche e indiscrezioni sulla vita privata dei due candidati, con un’attenzione quasi morbosa verso la compagna del neo-eletto Emmanuel Macron. Piuttosto che sul passato da banchiere e sulle politiche liberali dell’esponente di sinistra, i riflettori sono stati a lungo puntati sulla notevole differenza di età tra il presidente e la moglie Brigitte, più grande di lui di 24 anni. Molti hanno obiettato che la differenza di età tra il nuovo presidente degli Stati Uniti Trump e la moglie Melania è la stessa, ma che ciò non ha suscitato scalpore perchè alle donne, percepite come un oggetto, non è concesso invecchiare.

Anche l’attrice Carrie Fisher, tornata sugli schermi nei panni della principessa Leila a trent’anni di distanza dai primi film della saga di Star Wars, si era trovata ad fronteggiare critiche simili. In seguito agli impietosi confronti con la sé stessa ventenne, l’attrice aveva infatti scritto su Twitter : “Vi prego di smetterla con questa storia se sia invecchiata bene o meno. Ferite i miei sentimenti. Il mio corpo non sarà invecchiato tanto bene quanto me. Va bene.” Inoltre, Fisher evidenziava come alle sue co-star maschili, Mark Hamil e Harrison Ford, fosse stato riservato un trattamento completamente diverso, seguendo lo stereotipo per cui “gli uomini invecchiano meglio”. Come ha invece suggerito l’attrice, si tratta di una percezione distorta dalla consuetudine e dalla familiarità: uomini e donne invecchiano nello stesso modo, ma la società non è abituata a considerare una donna che non sia più giovane e “appetibile”.

Senza dubbio si tratta di un’osservazione fondata ed entrambi gli episodi hanno evidenziato, anche all’interno della disparità di genere, come nella società occidentale contemporanea l’anzianità e l’invecchiamento siano vissuti quasi come una colpa.

Un altro recente episodio ha messo in luce il problema. Ha infatti fatto il giro del web, anche attraverso sarcastici meme, uno scatto del red carpet del Met Gala 2017 che ritrae l’espressione di scherno e stupore dell’attrice Sarah Paulson, star di American Horror Story, all’arrivo della popstar Madonna. La cantante cinquantottenne indossava un abito molto provocante ispirato al bondage, che ne denudava il fondoschiena. Come evidenziato dalla buffa reazione della Paulson, questo viene percepito come un abbigliamento inadatto per una donna di “una certa età”.

Il pregiudizio sociale vede le persone più mature come prive di sensualità e le allontana dalla possibilità di una vita sessuale. La foto risulta davvero l’espressione più efficace della natura piuttosto ipocrita di questa concezione: pochi anni fa la stessa Paulson, oggi quarantaduenne, aveva infatti destato scandalo per la sua relazione con l’attrice settantaquattrenne Holland Taylor.

L’ageism, in particolare in relazione alla carica sessuale e al successo professionale nello show-business delle persone meno giovani, è una discriminazione che la popstar Madonna ha spesso evidenziato, soprattutto perché tuttora non percepito come qualcosa di reale.

La cantante ha più volte denunciato la mancanza di figure senili o più mature nello show-business in posizioni di primo piano o positive. La società occidentale contemporanea sembra infatti lasciare molto poco spazio a chiunque non abbia un’età compresa tra i 18 e i 45-50 anni. Non si tratta però di un pregiudizio recente: il termine ageism è stato utilizzato per la prima volta nel 1969 dallo psichiatra Robert Butler, che lo definiva in “Age-ism: Another form of bigotry”, in maniera allargata “il pregiudizio di un gruppo di età nei confronti di altri gruppi d’età”. I due gruppi d’età maggiormente colpiti da questa forma di discriminazione sono i giovani e gli anziani, che hanno meno disponibilità economica, meno potere e meno considerazione degli adulti. Mentre però i primi sono molto rappresentati dai media e per lo più in chiave positiva, non si può dire lo stesso dei secondi, associati per lo più al decadimento fisico, a problemi di salute, alla mancanza di autonomia e alla scarsa attrattiva. Non è però più possibile trascurare questo gruppo d’età: il peso relativo della popolazione meno giovane è in crescita, nella società odierna. Secondo un articolo della giornalista statunitense Alina Tugend, pubblicato nel 2011 sul New York Times, si prevede che la metà dei bambini nati nei paesi più sviluppati dal 2000 in poi raggiungeranno il loro centesimo compleanno. La necessità di ripensare la società in questo senso è resa inoltre indispensabile dal fatto che mentre la condizione di svantaggio dei giovani è transitoria, perché destinati a entrare nel mondo degli adulti, quella delle persone anziane è irreversibile.

Come evidenzia la psicologa Angelica Mucchi Faina in “Ageism: Quando l’età apre la strada ai pregiudizi”, la definizione stessa di anzianità risulta problematica. Nel caso degli anziani si tratta di un gruppo estremamente disomogeneo e i confini tra le fasce d’età variano a seconda del contesto (a 35 anni un atleta è “vecchio”, un politico giovane), della cultura e dell’età di chi li stabilisce, dato che con l’aumentare dell’età si tende inevitabilmente a spostare in avanti l’inizio della vecchiaia. Almeno in relazione all’Italia, si considera anziana una persona dai sessantacinque anni in su. Le forme di ageism vissute dalle persone più mature, sono manifestati in particolare dai più giovani. Secondo gli psicologi North e Fiske, i più giovani tendono a “punire” gli anziani molto più severamente degli adulti per eventuali deroghe dagli stereotipi su come dovrebbe essere una persona matura e cosa dovrebbe fare, perchè fortemente interessati a preservare la propria identità, mantenendo i confini tra le generazioni. Le persone più​ mature vengono infatti derise e umiliate quando provano a utilizzare ad esempio social network, un certo tipo di abbigliamento o locali pubblici, suscitando nelle persone più giovani una reazione simile a quella di fronte ad un’appropriazione culturale. I giovani sembrano inoltre percepire i più anziani come consumatori passivi delle risorse comuni, perchè spesso bisognosi di cure mediche che pesano sul bilancio comune e perché titolari di agevolazioni sociali di vario tipo, come tariffe ridotte. Senza dubbio però la maggiore fonte di ostilità nasce dal vedere nelle persone mature un ostacolo alla propria ascesa economica e sociale: è molto radicato il pregiudizio per cui “i vecchi non vogliono farsi da parte”, continuando a detenere risorse desiderabili e posizioni autorevoli e minacciando rinnovamento e successione. Se da un lato si tratta di uno stereotipo basato su dati reali, dall’altro alcune ricerche hanno dimostrato che sono invece i più anziani a essere discriminati ad esempio nel mondo del lavoro, dove il meccanismo degli stage ha reso praticamente impossibile ricollocare professionisti oltre i 30 anni.

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