La scoperta, suggestioni e caos sull’aldilà

Presentato al Sundance Film festival del 2017, e poi acquistato da Netflix “la scoperta” di Charlie McDowell si dimostra uno sci fi imperfetto e poco equilibrato, nel quale è comunque possibile rintracciare qualche interessante intuizione.

 

Una scoperta può cambiare il mondo, può renderlo un posto migliore o uno peggiore, può eliminare il male o può far sì che esso si accumuli a tal punto da esplodere e sfociare in un incontenibile ed inarrestabile disastro. Nessuna scoperta avrebbe luogo se dietro ad essa non ci fosse la mente di un uomo, un uomo che sull’onda dell’euforia può perdere la lucidità, il controllo e l’umanità.

 

Thomas Harbor (Robert Redford) è un celebre scienziato che, dopo quarant’anni di ricerche, è riuscito a provare l’esistenza di un aldilà dove è possibile vivere dopo la morte. La divulgazione della notizia causa un vertiginoso aumento dei suicidi, messi in atto da tutti coloro che trovano insoddisfacente la vita che conducono. Will (Jason Segel), figlio maggiore di Harbor, torna sull’isola dove il padre e il fratello conducono ulteriori esperimenti, supportati da coloro che sono scampati ad istinti suicidi, per convincerli a ritrattare le teorie che stanno devastando l’intero pianta. Sul traghetto che lo conduce sull’isola, Will fa la conoscenza di Isla (Rooney Mara), un’ombrosa ragazza reduce da un pesante lutto: saranno proprio loro due, insieme, a cercare di far luce sui misteri che avvolgono la catastrofica scoperta di Harbor.

 

“La scoperta”, secondo lungometraggio di Charlie McDowell, si presenta come uno sci fi ben strutturato, dai dialoghi enigmatici ed incalzanti, curato e attento nelle inquadrature e nelle brevi e frammentate sequenze oniriche. Tutte considerazioni, a malincuore, valide solo per la prima metà della pellicola. Ad un tratto la narrazione diventa caotica, frettolosa e perde ogni filo logico, diventa decisamente difficile da seguire. Che la struttura del film voglia ricalcare l’ambiguità delle domande a cui si cerca di dare una risposta? Che sia, invece, un riuscito parallelismo con la vicenda vissuta dai personaggi?

Se va lasciato un punto di domanda inerente alla complessivamente poco convincente narrazione, ciò che al contrario brilla è la suggestione di partenza, a metà tra un episodio di “Black Mirror” e un forte rimando a “Inception” di Nolan: Il regista si sofferma, nonostante cerchi di mimetizzarlo dando sempre più risalto alla complicità tra Will e Isla, sull’imprevedibilità della mente umana, sulla sua fragilità, e sulla facilità con cui riesce a lasciarsi manipolare. Lo scenario apocalittico di McDowell sembra voler cancellare ogni traccia di umanità e di empatia tra reduci (che, al contrario, diventano caratteristiche necessarie nelle recenti pellicole del medesimo filone). Prevale un crudele e sanguinario senso di sopravvivenza, un acido distacco verso le disgrazie altrui che lascia persino spazio per una cinica risata. Il terrore di poter premeditare un suicidio, senza che ci sia una vera ragione che spinge a farlo, paralizza ogni uomo, lo estranea dalla realtà e lo porta a viverne una parallela, forse non troppo distante da quella definita da Harbor come aldilà.

Il messaggio lanciato da McDowell è, ancora una volta, la prova decisa di come il potere dei media e delle strampalate teorie di un singolo possano, nel mondo di oggi, dimostrarsi deleterie: intaccano ogni strato di società e la deteriorano seminando l’anarchia. Ciò che stupisce è come questo elemento cardine perda pregnanza e venga surclassato dal còté amoroso del tutto superfluo e marginale. I buchi e gli scivoloni sono innumerevoli, tuttavia, pur non essendo uno dei migliori prodotti acquistati da Netflix, “La scoperta” riesce a difendersi e ad accaparrarsi un’abbondante sufficienza.

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