The Truman Show: la vita è uno spettacolo

Questa è la storia di un uomo intrappolato in una realtà precostituita che non è altro che lo stage di uno spettacolo, un palcoscenico in cui egli è una star. E’ giunto però ora il momento di togliere il sipario e iniziare a vivere davvero.

The Truman Show è una pellicola cinematografica del 1998 diretta da Peter Weir e interpretata da Jim Carrey nel ruolo di protagonista, Truman Burbank.
La vicenda che viene proposta è la ripresa di un momento della vita di un uomo che conduce a sua insaputa un’esistenza straordinaria, alla soglia dei suoi 30 anni.
Egli è infatti l’inconsapevole protagonista di uno show televisivo americano ambientato nella idillica Seaheaven Island, “a nice to place to live”, come si legge anche sulla targa della sua auto, cittadina paradisiaca circondata dalle acque oceaniche, in cui tutto sembra perfetto ma che in realtà non è altro che lo scenario di un set. Tutti sono attori, tutti interpretano un ruolo e hanno un copione da seguire, impartito dall’alto da Cristoph, il regista di questo spettacolo. Tutti, meno che lo stesso Truman.

Truman Burbank

La trama si svolge attorno ai dubbi che quest’ultimo comincia a nutrire nei confronti della propria esperienza esistenziale quando strani accadimenti cominciano a insinuare in lui l’ipotesi che tutti coloro che gli sono sempre stati accanto e amici, in realtà non siano altro che parte di un complotto verso di lui. E’ a questo punto che egli tenta di fuggire dalla città per cominciare a vivere davvero e trovare il suo scopo.
Il film riprende una delle mode nascenti allora negli Stati Uniti nella fine degli anni ’90 e che investirà poi anche l’Europa permanendo fino ai giorni nostri: quella del reality show, che si propugna di dare una rappresentazione senza filtri di una tipica esistenza di un individuo all’interno di un contesto diretto e manipolato dall’alto, da un demiurgo che impartisce delle direttive generali e che studia l’atteggiamento dell’uomo qualunque rispetto agli eventi che propone.
Tuttavia, Truman è all’oscuro di tutto ciò. Vive nel mondo che è stato creato apposta per lui sin dalla sua nascita, su un palcoscenico in cui  è un burattino che tenta di muoversi in una bolla perfetta e protettiva. Il cielo è finto, il mare è finto, la luna è finta, la pioggia è finta, la sabbia è finta: nulla è vero. Egli è la sola cosa reale, è un true man, un “uomo vero”, come suggerisce anche il suo stesso nome, in quanto procede senza copione, solo adattandosi al contesto in cui si trova. Un mondo che inizia man mano a sgretolarsi quando coglie negli occhi di chi gli è stato sempre a fianco un senso di estraneità che procura in lui una percezione di esclusione e desiderio di evasione. Oramai tutto è diventato un’incognita e Truman ha bisogno di trovare la risposta. Ha bisogno di trovare quella che nella visione cristologica del mondo raccontata nella Genesi biblica è la mela dell’albero, il frutto proibito della conoscenza, a cui può accedere grazie all’aiuto di Eva. Difatti egli, quando era più giovane, aveva incontrato colei che in un primo momento si era presentata come Lauren. La ragazza, che avrebbe dovuto solo essere una comparsa nello spettacolo, in realtà tenta di avvicinare il protagonista alla verità, invogliandolo a dubitare del mondo in cui si trova, mentre tutti gli altri attori fanno in modo di bloccarlo in quel contesto che, secondo le parole di colei che impersona la moglie, Maryn, “è più sicuro” e di attenuare i suoi dubbi, nocivi al proseguimento dello show. Lauren, il cui vero nome è Sylvia, diventa così l’instrumentum di cui egli ha bisogno per capire davvero il mondo che lo circonda, l’Eden in cui si trova, creato da Dio. Un Dio che è demiurgo, burattinaio e creatore di un mondo così perfetto, troppo perfetto e troppo sicuro al punto tale da proteggere persino dalla aletheia, la verità. Truman decide così di fare il possibile per arrivare ad assaggiare quella mela, al costo di perdere ogni cosa ed essere punito, sino ad arrivare al Dio che lo ha creato e ha creato il suo rifugio: Cristoph. Questo, il cui nome è emblematico in quanto è chiaro il rimando al nome di Cristo, è la chiara rappresentazione dei mass media, creatore di un mondo illusorio su cui vuole imporre il proprio dominio, entrando nella mente del protagonista e manipolandolo, facendo di lui un perfetto esperimento sociale. Un esperimento che però è destinato a fallire nel momento in cui egli cerca di liberarsi del fardello di una coscienza passiva e imposta.

Cristoph

Decide così di imbarcarsi e di affrontare il mare che aveva costituito per lui un limite, fisico e al medesimo tempo mentale poiché legato all’esperienza traumatica della perdita del padre. Così come aveva fatto l’eroe omerico Ulisse cantato nell’omonima epopea greca e ripreso poi nel ventiseiesimo canto dell’Inferno dantesco, affronta la tempesta alla ricerca della conoscenza, fino ad arrivare alla sua montagna del Purgatorio, i limenes del suo mondo e squarcia la scenografia, compie quello che Pirandello chiama ne Il fu Mattia Pascal lo “strappo nel cielo di carta”. Vuole smascherare la prigione in cui è stato incastrato fin a quel momento e ciò che si trova di fronte è qualcosa di grandioso: di fronte a sé si presenta la voce del genitore della sua identità. Cristoph esordisce così: «Io sono il Creatore di uno show televisivo». E non solo: egli ha creato un mondo d’oro parallelo in cui vive una star. Una star che a questo punto è stata in grado di levare il velo di Maya in termini schopenhaueriani per poter vedere il mondo vero. Un mondo non più perfetto e rassicurante, certo, ma reale in tutto e per tutto. Ed è questa la “punizione” che Truman si autoinfligge, stanco di un cosmo preordinato da cui vuole prendere le distanze.

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