Almost Dead, zombie-movie in cui prevale la drammaticità della psiche umana

“Almost dead”, partendo da un’apocalisse zombie, via via entra nell’intimità della protagonista raccontando, anche attraverso l’uso dell’accompagnamento musicale puramente drammatico, il suo profondo e disperato senso di colpa.

Il riverbero sonoro prodotto dal clacson premuto dal corpo al volante, apparentemente esanime, vicino alla protagonista è uno dei tanti suoni di cui si compone questo film.  La protagonista (Aylin Prandi) è la dottoressa Hope Walsh, che si risveglia a causa del frastuono, completamente legata dal nastro isolante dopo un terribile incidente d’auto al quale è sopravvissuta, ma che la porta ad essere in uno stato di completa amnesia. In contatto con il resto del mondo solo grazie ad un telefono, scopre che il genere umano è stato colpito da un’epidemia infettiva che, dal Sud America, ha trasformato tutti in zombie. Deve così combattere per la sua vita ed in seguito per avere giustizia.
L’accerchiamento dei morti viventi passa in secondo piano rispetto all’indagine sul passato della protagonista che cerca di scoprire la propria identità. Hope, che a volte sembra non ricordare apposta, si sente colpevole e condannata.
La narrazione, fatta eccezione per alcuni flashback, si sviluppa nell’arco di una sola drammatica notte, principalmente attraverso primi piani, mezze figure e piani americani. Un’unica inquadratura dell’auto scoperchiata e ripresa dall’alto, in cui la dottoressa è colta nell’azione di raggiungere un taglierino per liberarsi, è l’emblema della tensione e del senso di soffocamento che ricorre in tutto il film. Almost dead  è composto su una sceneggiatura piuttosto minimalista e a tratti non convincente, ma a cui fa da sostegno un’abile uso del sonoro, giocato per lo più sul susseguirsi di respiri affannosi, sospiri e urla isteriche.


Hope (“nomen omen”) è in preda ad un duplice senso claustrofobico: da un lato psichico, infatti crolla in una sorta di abisso mentale, dall’altro fisico perché non riesce a muoversi liberamente a causa di un ginocchio rotto. Un duplice aspetto che è reso omogeneo dall’atmosfera buia del bosco, in cui Hope vede solo tronchi d’albero e nessuna via di fuga.

Questo senso di claustrofobia ricorda il film Buried del 2010, a cui il regista unisce una tipologia di zombie, ormai eclissata, somigliante a quelli caratteristici dei film di Romero. Morti viventi ciondolanti caratterizzati da vestiti strappati e dal make-up che ne descrive la putrefazione.
Giorgio Bruno, regista catanese, indipendente ed ancora agli esordi, ha limitato anche gli effetti splatter da film horror, presenti in pochi schizzi di sangue ed un banchetto antropofago, ed a cui ha deciso di affiancare anche elementi caratteristici del survival-movie e del thriller.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *