Cosa (non) sono gli Hacker: la parola agli “white hat”

Gli “white hat men” sono coloro che hanno reso l’hacking una professione. Ecco chi sono gli hacker, cosa fanno, e soprattutto cosa non fanno.

 

Quando si parla di hacker, il primo punto su cui occorre fare chiarezza è la distinzione tra hacking e cracking.

L’hacking nasce tra gli studenti del MIT di Boston intorno agli anni Cinqanta. Inizialmente designava una serie di attività a metà tra l’esplorazione e il problem solving, evolutesi poi in giochi creativi e rebus ingegneristici. Solo con la diffusione dell’Information Tecnology l’attività di hacking è passata dall’essere una generica forma di problem solving, a riguardare nello specifico l’ambito informatico. Oggi il termine si riferisce alla modifica, all’implementazione e all’adattamento di hardware e software open source (non protetti da copyright). In questi termini, si tratta di un’attività legale.

Il cracking, al contrario, si riferisce alla modifica di software proprietari, all’accesso non autorizzato a siti e piattaforme online, al furto di dati personali mediante virus o malware, e altre attività finalizzate ad arrecare un danno agli utenti o agli sviluppatori. Per quanto riguarda i crack (programmi che permettono di avere gratuitamente un software a pagamento), non solo la loro diffusione, la manche il loro utilizzo da parte dei cosiddetti Lamers, sono illegali.

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Giovanni (nome di fantasia) ha trentasei anni, è laureato in informatica e si occupa di sicurezza informatica per un’azienda britannica. Quando Elzevirus lo ha contattato, ha risposto: “Non credo di avere niente da dire. Lavoro come gli altri impiegati.”

Sul suo blog personale, Giovanni si definisce hacker. “È vero – risponde – che sono un hacker, ma non è quello che pensi. Ci siamo fatti una certa idea degli hacker guardando film e programmi in tv. Li si immagina tutti nerd che vanno nel dark web e scrivono codici per mettere fuori uso i siti del governo. Ma non è così. È vero che sono un po’ nerd, ma personalmente mi piace il clear web, trovo tutto quello che mi serve se so dove cercare. E soprattutto, quello che faccio è completamente legale”.

img hacker 3È interessante chiedere cosa ne pensa degli Anonymous. Anonymous è un collettivo di attivisti (hacktivists) che si è fatto conoscere dall’opinione pubblica negli ultimi anni per una serie di attacchi informatici ai danni di aziende, organizzazioni e partiti politici (da Scientology al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, dal Tribunale di Roma all’ISIS). Si identificano con il nickname anon_, il simbolo dell’uomo senza volto o la celebre maschera di Guy Fawkes. Sono guidati da una forte ideologia antigovernativa e aspirano alla massima libertà d’opinione, eppure più fonti hanno spiegato che non esiste una linea politica precisa. Nelle chat (IRC) si parla molto, ma non c’è un capo che istruisca gli altri sulla direzione da prendere. Si tratta di un attivismo molto libero, che ognuno interpreta come meglio crede. “Se segui le idee di Anonymous ne sei già membro” risponde un utente sul blog di Anonymous Italia.

“Hanno idee anche nobili” dice Giovanni, e spiega che qualche anno fa un’azione degli Anonymous ha portato alla chiusura di diversi siti che, nel dark web, ospitavano contenuti pedopornografici. Hanno appoggiato WikiLeaks e il suo fondatore Julian Assange. Più volte si sono rivolti contro il Ku Klux Clan, appropriandosi e rendendo pubblici i dati sensibili dei suoi membri. È a questo che si riferisce Giovanni quando dice che “il modo in cui le mettono in pratica [le loro idee] è sbagliato”. Non si limitano a denunciare, ma passano direttamente all’attacco. Rendere pubblici dati sensibili è rischioso in qualunque caso, anche quando si tratta dei membri di un’organizzazione xenofoba e razzista.

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L’idea generale che ci si é fatti degli hacker è influenzata dall’immagine pubblica degli Anonymous, una sorta di idealizzazione e politicizzazione dei cosiddetti “black hat men”. Da un lato, gli “white hat men” (o “ethical hackers”) si propongono di aiutare gli utenti, risolvere i problemi, creare programmi accessibili, gratuiti, implementabili da chiunque (ad esempio il Movimento Free Software e Linux). I “black hat men”, invece, realizzano attacchi con finalità distruttive, si oppongono agli “white hat” accusandoli di “servire il sistema”, inteso come economia e aziende.

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Gli “white hat” sono coloro che hanno fatto dell’hacking un lavoro. “Alcuni lo vedono come un tradimento alla nostra causa comune –  spiega Giovanni – Secondo me non è così. Io non ho mai appoggiato nessuna causa anarchica. Lavoro nella sicurezza informatica, che è una cosa legale e, secondo me, giusta”.

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