“Bolshoi Babylon” tra storia, danza e scandalo

Passione, rivalità, ricerca della perfezione, ricatto e mistero: questo è il sottosuolo del teatro Bolshoi, rivelato attraverso il documentario di Nick Read e Mark Franchetti. I due registi hanno avuto l’acceso al ‘dietro le quinte’ del Tempio della danza più famoso al mondo. Quanto è stato scoperto, però, sembra allontanarsi dagli ideali di equilibrio, armonia e perfezione che la facciata neoclassica del teatro di  Mosca sprigiona.

Molte ed immediate sono le associazioni che si fanno pensando alla Russia: la Piazza Rossa di Mosca dove il Mausoleo dello statista comunista Vladimir Lenin ospita le sue spoglie; l’Anello d’Oro, la distesa rurale che “incornicia” le antiche città russe; il Cremlino dello Zar entro cui l’atmosfera aristocratica di donne elegantemente agghindate e uomini in frac e papillon aleggiava tra i balli di società (Mazurka, Valzer, Polka). La Russia è difficilmente alienabile dall’alone romanticamente suggestivo e nostalgico che irradia. L’atmosfera che aveva ispirato il genio degli artisti tra Ottocento e Novecento la si può respirare, immutata, a ‘pieni polmoni’ anche oggi. Politica, danza, musica, eleganza, aristocrazia sono tutti elementi riassunti nel simbolo più amato e venerato del Paese: il teatro Bolshoi di Mosca.

Teatro Bolshoi a Mosca, visto dall’esterno
Lo stemma del Teatro Bolshoi

Riconosciuto come l’Olimpo della danza, il Teatro Bolshoi sorge dirimpetto al Cremlino nella Piazza principale della capitale russa, sulle ceneri del precedente Teatro Petrovskij, incendiato nel 1805. Il Bolshoi (dal russo, Bol’šoj significa grande), con il suo portico a otto colonne, il frontone immenso sopra cui si erge Apollo in quadriga bronzea, ricorda architettonicamente un Tempio greco, in cui l’arte, la musica, la danza sono sempre solennizzate, fin dal momento della sua nascita. Il Gran Teatro fu inaugurato il 18 gennaio 1825, con il balletto Cenerentola di Fernando Sor (1778-1839), anche se il suo stemma riporta come data di fondazione il 1776, riferendosi al Teatro originario distrutto dal primo incendio.

Sopravvissuto a tre incendi (1805, 1812, 1853), alla Rivoluzione russa del 1917, alle bombe naziste e ai numerosi restauri, il Bolshoi oggi si presenta come lo scrigno d’oro  della Russia che ha ripristinato, dal 2005 al 2011, le sue caratteristiche precomuniste. Durante il regime dei “rossi”, infatti, gli spettacoli furono drasticamente ridotti e tutto ciò che potenzialmente evocava il lusso fu eliminato e sostituito con falci e martelli ed altri ornamenti privi di sfarzo. Il Bolshoi, dopo l’ultimo restauro, ha cancellato, dunque, i retaggi comunisti, tornando alle intenzioni iniziali dell’imperatrice Caterina II La Grande di «abbellire la città e ospitare balli in maschera, commedie e opere comiche».

Alexander Gerasimov, “The oath” (il giuramento), 1930. Stalin giura fedeltà a Lenin al Teatro Bolshoi

La strumentalizzazione dei mezzi di comunicazione di massa da parte dei regimi totalitari è nota. L’uso che ne fece Stalin non fece eccezione: durante il regime comunista, infatti, la danza e la musica furono utilizzate al servizio della propaganda del partito stalinista. Il Bolshoi, oltre ai balletti, accolse anche diversi eventi politici, tra cui il V congresso del Partito Comunista del 1918 e il Discorso del Bolshoi, tenuto da Stalin, il 9 febbraio del 1946. Nel 1922, inoltre, fu proclamata la nascita dell’URSS proprio a Teatro.

 

 

Il Balletto del Bolshoi

Per quanto riguarda la musica, fino al 1840, il Teatro Bolshoi ospitava unicamente opere di compositori russi, ad eccezione del succitato Fernando Sor, il quale aveva origini spagnole. Tra di essi, Pëtr Il’ič Čajkovskij ebbe occasione di mettere in scena i suoi capolavori più conosciuti e tutt’ora eseguiti come “Lo schiaccianoci” (1891-92), “Il lago dei cigni” (1875-76) e “La Mazeppa” (1881-83). Anche Fedor Šaljapin e Léonid Sobinov, due famosi tenori russi, si esibirono spesso al Bolshoi. Solo a partire dal 1840, entrarono nel repertorio del Gran teatro anche opere di compositori stranieri.

 

Sergei Filin, ex direttore del Teatro Bolshoi

Diretto da Nick Read e Mark Franchetti, il documentario “Bolshoi Babylon” (2015) è stato distribuito nei cinema italiani solo il 2 ed il 3 maggio 2017, con la collaborazione di Nexo Digital e Cinema srl. Per la prima volta, il prestigioso teatro russo ha permesso ad una troupe cinematografica di accedere dietro al sipario per addentrarsi nelle esperienze dei ballerini del Balletto del Bolshoi, la cui esistenza è fatta di sacrifici, rigida disciplina, ma tanta passione. L’universo onirico interno al teatro, dove tutto, dall’esterno, è perfetto, in ordine ed armonico è stato infranto da un fatto di cronaca in particolare: il 17 gennaio 2013, Sergeï Filin, ballerino e direttore artistico del Bolshoi, è stato aggredito e sfigurato con l’acido solforico, rimanendo parzialmente cieco. Quello che si scopre dietro le quinte è – proprio come suggerisce il titolo dello stesso documentario – una “babilonia”. Disordine, rivalità, complotto: questa è la realtà interna al Gran teatro dove “tutti sono contro tutti” e concorrono a percorrere la scalata verso il successo mondiale. La competitività ed il trauma provocato dall’aggressione costituiscono il nucleo centrale del documentario che indaga il lutto e la tensione dietro la bella facciata neoclassica del Bolshoi. Per nove mesi, Franchetti e Read seguono i ballerini della compagnia più amata al mondo, nelle sale prova, sulla scena, dietro le quinte, nelle riunioni. Attraverso le interviste rilasciate, si giunge non solo al responsabile del crimine, il principal dancer Pavel Dmitrichenko, ma anche alle ambizioni, ai successi ottenuti, alle delusioni degli emergenti. È così che scopriamo che il Bolshoi è un microcosmo che rispecchia ed influisce sul macrocosmo della realtà russa in cui è immerso: se all’interno del teatro domina il caos, altrettanto caos si riversa nella società e nei rapporti interpersonali in Russia. Questo perché, come direbbe Pier Paolo Pasolini (1922-1975), il teatro è un “rito culturale”, una vera e propria drammaturgia della vita. Le parole dei ballerini forniscono un quadro intricato del teatro che, infatti, in seguito allo scandalo avvelena l’intero Paese. Nonostante il malessere e l’inquietudine di ogni artista, la loro eccellenza non è in alcun modo corrotta, perché “un ballerino può anche avere la morte nel cuore, ma sul palco deve sorridere”, in linea con la celebre formula del “the show must go on”.

Il teatro Bolshoi a Mosca visto dall’interno

Bolshoi Babylon” è un documentario affascinante che mette in evidenza i dissapori, le gelosie ed il desiderio di prevaricazione che anima tutti gli artisti del Gran teatro. Nonostante il clima poco sereno che recentemente si è creato al Bolshoi – e forse, perché no, è sempre esistito – i due registi non dimenticano di focalizzarsi sulla protagonista per eccellenza del loro prodotto filmico: la danza. I reportage, infatti, informano sulla passione per il balletto degli artisti, dei sacrifici che devono compiere per danzare e delle loro insicurezze e paure di invecchiare e non poter più praticare “l’arte della giovinezza”.

Un documentario ben riuscito in quanto permette di porre “uno sguardo sincero e drammatico dietro le quinte della compagnia di danza più bella del mondo, tra intrighi e lotte politiche” (Vogue) e di intraprendere un viaggio artisticamente coinvolgente, sì, ma lontano dagli stereotipi.

 

Fonti: Visione del documentario “Bolshoi Babylon”; comingsoon.it; nerverland.com

Immagini: wikipedia.org; altitudefilment.com; washingtonpost.com; shishkin-gallery.com

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