Alla scoperta del sikhismo: cosa c’è sotto al turbante?

Originari del Punjab: una regione a nord-ovest del subcontinente indiano, sono un gruppo religoso molto presente in Europa e in Italia a causa di un forte fenomeno migratorio. Pochissimi, tuttavia, conoscono effettivamente il loro credo.

Forse non è noto, ma dietro il grana padano e il parmigiano reggiano ci sono spesso le fatiche di alcune operose comunità Sikh. Nel corso degli anni novanta i sikh hanno cominciato ad affluire nell’Italia del nord, dove lavorano spesso negli allevamenti e costituiscono oggi una forza lavoro importante ma che trova poco riconoscimento all’occhio pubblico, che il più delle volte non li distingue da induisti e musulmani.

La religione dei Sikh, soroprendentemente, non è molto antica, e il suo sorgere risale al periodo tra il XV e il XVI secolo, durante il quale al Sultanato di Delhi si stava sostituendo la nuova dinastia Mughal. Durante il dominio islamico della regione, la tradizionale religione hindu entrava in comunicazione con la novità dell’islam e il Sikhismo pare riprendere elementi di entrambe, sebbene affermando una propria unicità.
Il fondatore di questa religione è Guru (ovvero “maestro”) Nanak, che istitui la Sikh Panth, la “Via dei Discepoli”.
Secondo la leggenda, la nascita di Nanak, come quella dei fondatori di molte altre religioni indiane, è accompagnata da eventi sovrannaturali e corrisponde ad un avatara: una discesa divina.
Mentre ha circa trant’anni, Nanak scompare durante un bagno nel fiume. Creduto annegato, ricompare quattro giorni dopo, raccontando di essere stato rapito da Dio, il Guru Supremo, che lo ha incaricato di annunciare il suo Nome al mondo.
L’ormai Guru Nanak parte per una serie di viaggi, convinto che Dio non è nè Hindu nè musulmano, e passa il tempo a predicare.

Guru Nanak

La prima caratteristica della divinità annunciata da Nanak è il monoteismo, una qualità probabilmente ispirata dall’Islam; Dio è senza nome proprio perche sono infiniti i nomi con cui gli uomini lo chiamano. Proprio per sottolineare come sia irrilevante l’appellativo riferito all’Assoluto, Guru Nanak lo chiama Nam, il Nome, o anche Sat-nam, il Vero Nome. Dio è unico e creatore di tutto, e in tutto l’uomo può riconoscere il suo manifestarsi nel mondo tangibile. Nel guardare il mondo, l’uomo rischia di scambiarlo per la realtà vera, che è in realtà l’Assoluto, di cui il tangibile è mera manifestazione o maya (un concetto hindu).
L’uomo è chiamato alla liberazione (moksha: anche questo un tema squisitamente indiano) dal mondo tangibile. Per ottenere la liberazione è necessario spezzare il legame con la maya e superare la condizione di ignoranza.
A ciò è necessaria la grazia divina, che generalemente si incontra attraverso il Guru, figura assolutamente centrale nel Sikh Panth, che è una persona, ma è anche Dio stesso, il Guru Supremo presente in ogni uomo come Parola interiore.

Tempio d’Oro di Amristar

Mentre l’uomo è da sempre manmukh, ovvero rivolto all’io empirico, grazie al Guru può divenire gurumukh, rivolto verso il Guru e quindi “santo”. Se il Guru è necessario perchè ciò accada, non è tuttavia sufficente, e per ottenere la grazia divina occorre vivere una vita etica che prevede umiltà e obbedienza, ma anche uno spiccato servizio alla comunità da offrirsi al prossimo e al tempio. Al contrario di altre forme religiose indiane come il Buddhismo, infatti, il sikhismo non è di tipo monacale ma di ispirazione laica. Per concludere, il cammino salvifico è completato dal ricordo quotidiano della divinità, che consiste con la ripetizione costante del Nome (nam) in un ottica di profonda devozione (bhakti).

 

 

Fonte: Viaggio nell’India del nord, di Pieruccini e Congedo

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