La cannabis per uso terapeutico esiste anche in Italia

La cannabis per uso terapeutico in Italia è legale già da alcuni anni. Ecco perchè è poco diffusa, quali sono i rischi e gli effetti collaterali.

 

Nel gennaio 2017, in Italia, è stata autorizzata la produzione di Stato della cannabis terapeutica da parte dell’Istituto chimico e farmaceutico militare di Firenze. In realtà l’uso della cannabis d’importazione a scopo terapeutico è previsto e regolamentato già dal 2015. La sua diffusione è molto modesta, benché nell’immaginario sia erroneamente associata alla sempre più popolare cannabis per uso ricreativo.

I farmaci a base di cannabis, venduti esclusivamente sotto prescrizione di un medico specialista, sono impiegati come analgesici in casi di sclerosi multipla o dolore cronico, per il trattamento di pazienti oncologici, affetti da AIDS o anoressia nervosa, sindrome di Gilles o di Tourette. In tutti questi casi, come specifica il Decreto del novembre 2015, i farmaci a base di cannabis devono essere prescritti solo in seguito al fallimento dei trattamenti standard. Perché tutta questa attenzione?

Innanzitutto l’uso medico della cannabis non può essere considerato una terapia, bensì un trattamento dei sintomi, per cui in nessuno dei casi sopra citati può portare a una regressione della malattia. Inoltre esistono rischi ed effetti collaterali che vanno dal rischio di abuso, alla variabilità nel dosaggio del principio attivo che entra in circolo mediante inalazione.

Le differenze tra l’uso medico e quello ricreativo della cannabis sono significative. Si tratta, infatti, di principi attivi diversi. Il primo, il cannabidiolo (CBD), non ha effetti psicoattivi, non provoca quindi la cosiddetta sensazione di sballamento. Il secondo, contenuto in cannabis e derivati provenienti dal mercato illegale o di coltivazione propria, è il tetraidrocannabinolo (THC), che al contrario è una sostanza psicoattiva. Gli effetti collaterali più comuni sono: alterazione dell’umore, insonnia, tachicardia, crisi paranoiche e di ansia, reazioni psicotiche e sindrome amotivazionale. Il rischio di questi effetti si riduce sensibilmente quando la sostanza è assunta dietro precisa prescrizione e il paziente è soggetto a monitoraggio da parte di un medico.

cannabis

Inoltre l’uso cronico di cannabis altera l’omeostasi del sistema immunitario. Può indurre una dipendenza, provocare un danno cognitivo di memoria, cambiamenti di umore e percezioni alterate. Per questo i soggetti in terapia non possono guidare o svolgere lavori che prontezza mentale e coordinazione fisica per almeno ventiquattro ore dopo la somministrazione.

In definitiva, a limitare la diffusione dei farmaci a base di cannabis sono, da un lato la difficoltà a reperire le ricette mediche necessarie e il limitato numero di situazioni cliniche nelle quali è consigliata. Dall’altro lato, la ragione di fondo di così strette misure di sorveglianza sul commercio di questi prodotti, è la presenza di seri rischi per la salute del paziente e di terzi, l’alto rischio di sviluppare dipendenza, e la diffusione di attività illecite legate al commercio di ricette mediche e prodotti farmaceutici.

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