La Terra Inquieta: moda o arte sociale?

 

Ci si interroga al giorno d’oggi se l’arte sociale sia diventata una sorta di moda o una tendenza da seguire, sulla sua funzione e fino a che punto essa possa aiutare alla comprensione dei fenomeni contemporanei.

Si parla a Milano di Terra Inquieta, titolo scelto dal curatore Massimiliano Gioni per la mostra alla Triennale inaugurata lo scorso 28 aprile.                                                                Gioni, insieme a Fondazione Trussardi, vuole dare una visione completa della complicata situazione mondiale, focalizzandosi in particolare sul problema dei migranti. Più di 60 artisti, la maggior parte provenienti dalla Siria, dal Libano, dall’Algeria e dagli Emirati Arabi, sono chiamati ad esporre, raccontando le loro esperienze personali su quanto è accaduto dal 2011 nelle loro terre.                                                                       L’esibizione analizza anche fenomeni di migrazione diversi nel tempo e nello spazio come quella italiana all’inizio del ‘900 o quelle avvenute nel 1998/99 per la guerra in Kosovo, ma l’attenzione principale rimane sull’attualitá

Il curatore riflette sul ruolo dell’artista, che deve farsi portavoce e testimone di queste tragedie, quasi come un dovere nei confronti della società, mettendo da parte la martellante cronaca.

La cronaca probabilmente è l’unica cosa di cui si abbia bisogno ora, sicuramente non di caricare concetti astratti o creare rimandi su rimandi, come solo la complessità dell’arte contemporanea sa fare, su una questione così delicata e ancora poco compresa a livello umano.

Certo gli artisti riflettono sugli avvenimenti del mondo, che nutrono la loro sensibilità e tanti autori presenti nella mostra, a maggior ragione, hanno vissuto in prima persona i disagi della migrazione, ma fino a che punto il pubblico milanese nello specifico e il pubblico in generale, è in grado di comprenderli?

Se non siamo ancora in grado di capire fino in fondo cosa stia succedendo nel mondo, in Siria e tanto meno a Lampedusa, in che modo potrebbe mai aiutarci in questo momento una mostra d’arte contemporanea? Quando si analizza un fenomeno così odierno si rischia di non essere completamente lucidi e di non essere in grado di elaborare un pensiero razionale.

Girando per i corridoi della Triennale l’impressione è che il metalinguaggio dell’arte non sia più significativo, non abbia realmente qualcosa di forte da comunicare. Su queste tragedie è bene fermarsi e riflettere più a lungo prima di pensare di potervi costruire attorno una mostra che ne pretenda la lettura.
 

Exhibition view, Pulitzer Prize New York Time 2016

Quello che si apprezza maggiormente sono le foto di documentazione del Pulizer Price for Breaking News Photography 2016 assegnato a quattro fotografi del New York Time: Daniel Etter, Tyler Hicks, Mauricio Lima, Sergey Ponomarev. Queste foto danno una visione veritiera e diretta della sofferenza delle persone, senza però risultare estemporanee.

Quello che spiazza completamente invece è la serie di oggetti personali di emigranti ritrovati nelle acque del Mediterraneo che hanno perso la vita nel naufragio del 3 ottobre 2013, 368 persone.

La carica emotiva di questi oggetti, da fototessere sbiadite, a documenti personali, cellulari infangati e borse marcite, realmente appartenuti a quelle persone, fa perdere significato a qualsiasi altra opera esposta, creando un cortocircuito in tutta la mostra.                                                                     Sarebbe poi da chiedersi se sia veramente giusto esporre degli oggetti del genere in una mostra. Si rischia di fare spettacolo sulle tragedie altrui.        
Non si vuole condannare l’arte sociale e il suo modo di agire, ma soltanto affermare che sulle tragedie, non ancora del tutto comprese, a livello umano bisogna riflettere più a lungo prima di mostrarle sotto dei faretti facendo pagare il biglietto.

 

Exhibition view, Pulitzer Price New York Time 2016
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