Jasmine Trinca si racconta al Lovers Film Festival

Il Lovers Film Festival di Torino, abbandona per un evento speciale le tematiche LGBT, e omaggia il grande cinema italiano attraverso un incontro che ripercorre e analizza la carriera di una delle attrici più talentuose e selettive del nostro panorama; Jasmine Trinca.

 

Fresca di vittoria al Festival di Cannes, dove è stata premiata come Migliore Attrice nella sezione “Un Certain Regard” per il suo ruolo nel film “Fortunata” diretto da Sergio Castellitto, l’attrice si è raccontata a Irene Dionisio, direttrice artistica del Lovers, e si è dedicata al pubblico di affezionati seguaci accorsi entusiasticamente.

 

L’appassionante viaggio attraverso la carriera di Jasmine Trinca si è aperto con il racconto della sua prima esperienza ne “La stanza del figlio” di Nanni Moretti, dove selezionata tra gli studenti del liceo classico romano che frequentava, è andata a ricoprire il ruolo di figlia in una famiglia distrutta da un grave lutto. L’attrice sottolinea quanto Moretti l’abbia spinta ad essere il più naturale possibile, mostrando, anche perché senza basi di recitazione, la sua vera essenza.

Convinta di aver concluso con la parentesi cinematografica, l’attrice ha ammesso di essersi iscritta a lettere classiche e di essersi enormemente stupita quando ha ricevuto la proposta per il ruolo di Giorgia ne “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, un ruolo che l’ha fatta entrare di diritto tra quegli attori che hanno segnato un’epoca e una generazione, e di cui tutt’ora ne sono ancora gli eccelsi rappresentanti (Boni, Lo Cascio, Gifuni, Sansa, Bergamasco).

 

Percorrendo un salto temporale di alcuni anni, l’intervistatrice Dionisi si è soffermata sulle due interpretazioni più mature e sfaccettate di Trinca, due ruoli che l’hanno allontanata da quell’immaginario di attrice che si presta solo a ruoli borghesi: si tratta di Irene in “Miele” di Valeria Golino e di Fortunata nell’omonimo e precedentemente citato film di Castellitto. L’attrice ha rimarcato come questi ruoli le abbiano permesso di affrontare tematiche sociali scottanti come eutanasia e precariato e di come, tuttora, lei da spettatrice riesca a vedere in quei ruoli una se stessa completamente nuova e distaccata dal suo vero essere.  Jasmine, come un fiume in piena, ha parlato della cura e la ricercatezza con cui sceglie i suoi ruoli “Voglio che siano donne che lasciano qualcosa al pubblico, che veicolino un messaggio o dei sentimenti. Donne vere in cui ci si possa ritrovare, ed in cui io mi possa riscoprire”.

 

L’attrice/autrice, così definita da Irene Dionisio per la sua grande capacità di lavoro sul personaggio, è uno dei pochi esempi di eccellenze italiane che abbiano fatto la spola tra Francia ed Italia e che abbiano lavorato con colleghi americani come Sean Penn. Jasmine, entusiasta del riferimento, alla sua parentesi francese in “L’Apollonide” e “Saint Laurent” di Bertrand Bonello ha rimarcato come il regista francese, che crea personaggi che si muovono e agiscono come marionette, le abbia fornito una prospettiva del tutto inedita del fare cinema. Ha esaltato lo stile del regista e le grandi doti di alcune delle attrici che l’hanno affiancata, e che in Italia sono, purtroppo, semisconosciute: Céline Sallette e Adèle Haenel.

 

A conclusione dell’ora e trenta di coinvolgente e stimolante dialogo non solo sulla carriera di un’attrice, ma anche sui suoi sentimenti e sui suoi gusti di donna che ama essere tra il pubblico, tanto quanto sullo schermo, Jasmine Trinca si è dedicata generosamente, con un gran sorriso tra le labbra, al suo pubblico eterogeneo e multigenerazionale.

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