Toccare la morte per amare completamente la vita – Charlotte Salomon

La storia dell’arte nasconde sempre, nelle sue pieghe più recondite e meno conosciute, vicende di intensità e preziosità rara, fonte di curiosità in un primo momento e di profonda riflessione poi. Basta avere la voglia, prima ancora che l’occasione, di entrarci in contatto, senza barriere.

Ritratto fotografico di Charlotte Salomon

Charlotte Salomon è una figura di cui si sente parlare pochissimo, eppure la sua storia ha dell’incredibile. Difficile capire se biografia e arte abbiano davvero un confine di distinzione, quanto la vita abbia dato forma alla sua opera monumentale e oppure se sia stato anche vero il contrario, che l’opera abbia configurato la vita.  La mostra a Palazzo Reale (visitabile ancora fino al 25 giugno) offre l’occasione per approfondire la conoscenza di questa artista e della sua vicenda.

Charlotte nasce a Berlino nel 1917, in una famiglia di ebrei tedeschi. Il padre è uno stimato medico, la madre musicista. Quest’ultima, nonostante fosse molto legata alla figlia, vive ripetuti periodi di depressione che la portano al suicidio, quando la bimba ha appena nove anni. Le viene detto che la mamma è morta per un’influenza.

Il padre si risposa con la nota cantante d’opera Paula Lindberg, mentre Charlotte cresce ed intraprende la sua formazione artistica. Dal 1936 al ‘38, quando già il Nazismo è al potere e nonostante le leggi razziali, è l’unica allieva ebrea dell’Accademia di Belle Arti di Berlino. Studia pittura per due anni, finchè la situazione non diventa troppo pericolosa per frequentare l’Accademia pubblica.

Tavola da “Vita? o Teatro?” (fonte)

Nel 1939 la famiglia decide di lasciare la Germania e Charlotte viene mandata dai nonni materni nel sud della Francia, a Villefranche-sur-Mer, vicino Nizza. La nipote viene accolta con amore, ma la serenità non dura molto. La nonna materna muore, anch’essa suicida. Il nonno decide allora che non è più tempo di mentire e che Charlotte è abbastanza grande per sapere la verità. Le racconta della sindrome depressiva che ha afflitto moltissimi componenti della famiglia materna, portandoli il più delle volte al suicidio. La bisnonna e un suo fratello, la zia Charlotte, ed infine sua madre, si erano tutti tolti la vita.

Nel 1941 Charlotte Salomon ha ventiquattro anni e si trova davanti una rivelazione dolorosissima ed un bivio terribile: lasciarsi andare alla disperazione, togliersi anche lei la vita, oppure “fare qualcosa di completamente folle”, reagire annegando il dolore nelle tempere e dipingere per non impazzire? La giovane segue la seconda strada e il risultato ha dell’incredibile.

In meno di due anni prende forma la sua opera monumentale, intitolata Leben? Oder Theater? Ein SingspielVita? o Teatro? Un dramma musicale. Charlotte realizza 1325 documenti, tra tempere, veline, varianti, annotazioni per rendere conto della sua vita fino a quel momento, attimo per attimo, parola per parola, nota per nota.

La “mamma angelo”, tavola da “Vita? o Teatro?” (fonte)

Con uno stile decisamente espressionista, debitore di molta pittura tedesca e nordica (si sentono molto, per esempio, gli echi di Edvard Munch) ma anche francese, impressionista (certe atmosfere alla Van Gogh), Charlotte riversa nei dipinti la sua vita rendendola teatro, narrazione drammatica pura: i ricordi felici dell’infanzia, la “mamma angelo” che le promette di spedirle una lettera dal paradiso e proteggerla sempre; il primo vero innamoramento, per il maestro di canto della matrigna, Alfred, affascinante pensatore, che ama il suo modo di dipingere e le insegna che “per amare completamente la vita, si deve abbracciare e comprendere l’altro lato, la morte”; i periodi tristi e grigi, l’adolescenza di ombre e turbamenti, superati sempre grazie all’arte; la nascita del Terzo Reich, la paura delle deportazioni, la fuga in Francia, la morte della nonna, la lunga rivelazione del nonno.

Ogni tavola è numerata, accompagnata dai dialoghi tra i personaggi e soprattutto dalle notazioni musicali delle melodie che nella scena venivano cantate o ne costituivano la colonna sonora portante, oppure quelle che lei ascoltava mentre dipingeva. Alla fine Charlotte sceglie 800 tavole per costituire l’opera finale. Nelle ultime tavole riecheggia la preghiera “Dio ti prego, fa che io non impazzisca”. Ed infine una ragazza, in riva al mare, dipinge e si chiede “Vita? o Teatro?”. I colori sono vividi, è il momento della rinascita.

Tavola da “Vita? o Teatro?” (fonte)

Nel frattempo Charlotte ha trovato l’amore, ha sposato Alexander Nagler, un altro ebreo tedesco rifugiato in Francia. Aspetta un bambino di cinque mesi. Ma la paura è tanta. Consegna la sua opera al medico del paese, chiedendogli di custodirla, perché lì dentro c’è tutta la sua vita. Il settembre 1943 arriva spietato: la Salomon e suo marito vengono scoperti e deportati. Lei arriva ad Auschwitz il 7 ottobre, e si pensa sia morta in una camera a gas il giorno stesso.

Una vita che è già di per sé un romanzo ed una personalità forte quante altri mai hanno dato forma ad un’opera artistica unica nel suo genere, un inno alla vita tanto più forte proprio perché ha toccato le tenebre della paura e della morte, denso, commovente, che sferza con le sue rapide pennellate l’anima di chi lo legge, o lo guarda, o lo ascolta. Teatro o vita? in fondo non c’è differenza, perchè per dirla con Shakespeare, “all the world is a stage, and all the men and women merely players”, tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne semplicemente attori.

 

CHARLOTTE SALOMON – Vita o Teatro?

a cura di Bruno Pedretti

fino al 25 giugno 2017

Palazzo Reale, Milano

Tavola da “Vita? o Teatro?” (fonte)

 

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