Il Pride non è una carnevalata: i falsi luoghi comuni sul Pride

Il Pride è la manifestazione più nota e importante della comunità LGBTQIA+ internazionale. Il suo significato simbolico viene però spesso equivocato e non mancano i luoghi comuni.

Non ci convince però la spettacolarizzazione della preferenza sessuale spesso ostentata attraverso modalità stereotipate e conformistiche. Il nostro Gay Pride ricorre 365 giorni all’anno. Per questi motivi e soprattutto per rispetto alle perplessità rappresentateci, in tal senso, da gran parte dei tanti amici gay che vivono con serenità la propria quotidianità sessuale in una città aperta e tollerante quale è Cosenza, preferiamo come Ente Locale non patrocinare l’iniziativa del Gay Pride”

Sono queste le parole del comunicato stampa con cui il sindaco di Cosenza ha rifiutato di concedere il patrocinio del Comune al primo Pride di Cosenza. Come ogni anno a partire dal 2013, ha luogo per tutti i mesi di giugno e luglio la staffetta dell’Onda Pride, che ha sostituito l’evento unico del Pride nazionale. Le associazioni LGBT locali organizzano ogni anno in sempre più comuni italiani una parata che rappresenti la realtà del proprio territorio attraverso la tradizionale manifestazione dell’orgoglio LGBT.

In realtà, quello espresso dal sindaco è un luogo comune manifestato spesso anche da molti esponenti della comunità LGBTQIA+, tra cui i fautori del cosiddetto “Pride in giacca e cravatta”. Molti infatti definiscono l’evento “una carnevalata”, alludendo alle mise eccentriche e provocatorie di molti dei partecipanti alla parata. Ha recentemente suscitato reazioni contrapposte tra gli attivisti LGBT la richiesta della presidente di Arcigay Basilicata di”rivestirsi” e di tenere un comportamento “sobrio” durante lo scorso Basilicata Pride.

Oltre a questioni di presunto cattivo gusto, questi attivisti portano avanti questioni di convenienza: mostrare eccessiva libertà sarebbe controproducente per la rivendicazione  dei diritti della comunità LGBTQIA+. Secondo la loro opinione, potrebbe così apparire poco seria e sembrerebbe confermare l’immagine stereotipata di “deviati” o “pervertiti”. Spesso si tratta di una visione parziale: sono soprattutto i media a concentrare la propria attenzione solo su chi ha un aspetto meno ordinario e a diffondere solo questa immagine dell’evento. In realtà, tra chi prende parte alla manifestazione non mancano persone, di ogni orientamento sessuale e identità di genere, con un aspetto molto comune.

Chi fa questo genere di affermazioni dimostra però una profonda ignoranza della storia della manifestazione e del suo scopo.

Il Pride nasce infatti il 28 giugno 1969 dai cosiddetti moti di Stonewall, per iniziativa di alcune donne nere transessuali, tra cui le storiche attiviste Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, che si dice abbia iniziato la protesta con il famoso lancio della bottiglia ad un poliziotto. Lo Stonewall Inn era un noto locale gay di New York, bersaglio come molti altri gay bar e night club di frequenti irruzioni e retate della polizia. Dopo l’ennesimo violento scontro avvenuto la notte del 27 giugno 1969, un gruppo di donne trans nere decide di ribellarsi al regime di terrore e agli abusi della polizia iniziando una serie di proteste che durano diversi giorni. In breve tempo si radunano presso lo Stonewall Inn quasi 2000 dimostranti. Il clima storico è quello delle grandi rivolte anti-autoritarie successive al Sessantotto, come la protesta giovanile contro la Guerra del Vietnam. Lo slogan Gay power ripetuto durante i disordini richiama lo slogan Black power del movimento per i diritti civili dei neri, segno che appunto il movimento LGBT si schierava contro una società incapace di rispettare le minoranze.

Momento fondamentale per la presa di coscienza della comunità LGBTQIA+ è infatti quando un gruppo di drag queen si schiera contro i rinforzi armati della polizia proclamando con orgoglio la propria diversità con un’ironica canzone. La comunità LGBT aveva deciso di prendere il proprio spazio nel mondo attraverso le armi della visibilità e dell’orgoglio di essere sé stessi senza doversi piegare a pretese e sopraffazioni. È importante notare che a compiere il primo significativo gesto di coraggio siano state delle donne trans, doppiamente discriminate perché non bianche ed estremamente vulnerabili a causa della propria identità di genere. La visibilità per loro non era una scelta, ma era una scelta quella di farne il mezzo per riscattare la propria libertà.

E proprio in questo modo va interpretato il Pride, in quelli che possono apparire come eccessi discutibili: la festa con cui la comunità LGBTQIA e non solo celebra la propria libertà di essere sé stessi, senza dover giustificare a nessuno la propria esistenza. È proprio per via di questa libertà che al Pride ognuno può e deve sfilare indossando ciò che più lo rappresenta e comportandosi nel modo che sente più vicino a sé stesso.

È questo anche il motivo per cui non avrebbe alcun senso creare un equivalente non LGBT del Pride, ovvero il tanto provocatoriamente richiesto “Etero Pride”: le persone eterosessuali e non transgender non subiscono discriminazioni per il loro orientamento o per la loro identità di genere. Non sono rari invece i Paesi anche europei in cui i partecipanti ai Pride vengono attaccati dalla popolazione omofoba. È diventata virale sul web una foto del Pride di Kiev scattata dall’alto che mostra il corteo di manifestanti circondato da un cordone di centinaia di poliziotti a fare da scudo.

Tuttavia nulla vieta alle persone che non fanno parte di una minoranza LGBT di prendere parte alla manifestazione. Ogni anno infatti eterosessuali non transgender partecipano con orgoglio ai Pride nazionali e internazionali per sostenere la comunità LGBTQIA+.

Credits immagini: Alice Redaelli Photography

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