Le radici dell’antropologia: da Pascal a Malinowski

L’antropologia, a differenza della biologia o della fisica, non è un sapere completamente progressivo, ma possiamo individuare comunque i suoi incerti e approssimativi albori.

Filosofia e antropologia culturale sono per certi aspetti simili. Entrambe queste discipline si evolvono a seconda della sensibilità e del punto di vista degli autori, che possono benissimo considerare i traguardi della tradizione precedente irrilevanti per una teoria diversa e successiva.
Si tratta di campi di indagine così collegati (l’antropologia filosofica è attualmente un ambito della filosofia) che è difficile definire quando l’antropologia culturale sia effettivamente nata.
Lo studio dell’uomo, dopotutto, è stato a lungo appannaggio di eruditi studiosi, che sentenziavano riguardo a ghiandole pineali e animali razionali, ma che raramente si recavano ad osservare le varie modalità dell’umano, finendo così il più delle volte a creare un immagine stereotipata, artificiosa e concettuale di uomo.

L’approccio antropologico, tuttavia, si distingue per il suo interesse primariamente (e forse unicamente) descrittivo. Chiave di volta di questo sguardo è accettare la varietà e la realtà di ogni popolo, senza lasciarsi ingannare dai canoni fissi della propria cultura.
Predecessori di questa visione possono essere alcuni filosofi come Michel de Montaigne, il cui disarmante scetticismo critica con durezza le certezze cristalline dell’europa del suo tempo, ma anche Blaise Pascal (che da Montaigne impara molto), il cui interesse per l’incommensurabilità e il polimorfismo dell’uomo riecheggeranno a lungo nella storia del pensiero.

Esiste però un periodo e un contesto che accesero effettivamente l’interesse per le diversità cluturali. Si tratta dell’Europa dell’Ottocento e dell’esperienza del colonialismo. Tra una crinolina e l’altra, infatti, l‘Inghilterra vittoriana aveva ormai acquisito un enorme territorio coloniale, ed era quindi entrata in contatto con una varietà vastissima di culture diverse; un terreno molto fertile per esploratori ed etnografi.

L’impero britannico al suo apogeo (1921)

In questo periodo, chi si occupa di antropologia culturale elabora i dati raccolti da altre persone, spesso non specializzate, a distanza di migliaia di chilometri dalla comoda scrivania dell’autore.
Forgiata dal dilagante positivismo e eurocentrismo dell’epoca, la nuova disciplina si costituisce come lo studio di ciò che la modernità si è ormai lasciata alle spalle. Paradigmatico il titolo del volume la cui uscita viene fatta coincidere con la nascita ufficiale dell’antropologia: Primitive Culture di Edward Tylor (1871).
Il risultato è una disciplina che compara e cerca analogie tra le tradizioni di una quantità ampissima di popoli “primitivi”, in maniera spesso approssimativa e molto presuntuosa, ma almeno accettando l’idea che quei selvaggi una cultura la hanno.

La successiva svolta si avrà quando lo studioso diventerà anche il raccoglitore dei dati. Nel 1922 quando esce per la prima volta Argonauts of Western Pacific di Bronislaw Malinowsky. Per la prima volta infatti viene riconosciuto il valore della ricerca sul campo (fieldwork), essenziale affinchè lo studioso possa provare a vedere con gli occhi del nativo e quindi evitare di apporre i propri pregiudizi e intenti sui dati. Malinowsky, andando a vivere a fianco dei popoli delle isole Trobriand, aveva aperto un nuovo paradigma che sarà fondamentale per tutta l’antropologia a venire, e siamo soltanto all’aurora di un percorso che si è evoluto e reinterpretato fino ai giorni nostri.

Malinowski al lavoro sul campo

 

Fonti: Antropologia culturale di Fabio Dei

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