Rimettere in discussione l’arte intera – Édouard Manet a Palazzo Reale

“Il pittore, il vero pittore, sarà colui che saprà strappare alla vita odierna il suo lato epico, e ci farà vedere e comprendere, col colore e col disegno, quanto siamo grandi e poetici, con le nostre cravatte e gli stivali lucidati.” – Charles Baudelaire

Nel 1880 lo storico dell’arte Charles Ephrussi compra un dipinto da Manet, una natura morta raffigurante un mazzo di asparagi, e paga l’opera più della cifra pattuita. Qualche tempo dopo Manet gli regala una piccola tela, raffigurante un asparago su un tavolo neutro e spoglio, scrivendo un biglietto in allegato: “Al suo mazzo ne mancava uno”.

Émile Zola (1868) [fonte]
Aneddoto simpatico ed indicativo di una personalità, quella di Édouard Manet, ironica e onesta nei confronti degli altri e del suo lavoro di artista, scelto seguendo la passione, dopo che il desiderio dei suoi genitori, vederlo entrare in Marina, si era scontrato con il doppio rifiuto di ammissione da parte dell’École Navale. Legato alle avanguardie nascenti come quella degli Impressionisti, ma senza mai abbandonare del tutto il proposito di farsi accettare nel “sistema ufficiale dell’arte”, quello dei Salons, coraggioso e anticonformista, ma incapace di lasciarsi scivolare le continue critiche e il dileggio di chi riteneva la sua pittura scandalosa e indegna di esser definita arte, Manet con il suo stile sintetico, il suo sovvertire le vigenti regole della rappresentazione, apre la strada alla pittura moderna e contemporanea.  

Il quadretto con soggetto l’asparago è in esposizione a Palazzo Reale di Milano insieme ad altre 16 opere del maestro francese nell’ambito della mostra “Manet e la Parigi moderna”, aperta ancora fino al 2 luglio. Un progetto che rientra nella consueta programmazione di grandi mostre adatte ad attrarre un vasto pubblico, in questo caso frutto anche della proficua collaborazione dell’istituto milanese con il Musée d’Orsay di Parigi. Quasi tutte le opere in mostra infatti (di Manet e dei suoi contemporanei – Degas, Monet, Gauguin, Renoir, Boldini) provengono dal grande museo francese.

Il Pifferaio (1866) [fonte]
Ed infatti la mostra è strutturata secondo un percorso non biografico ma tematico, volto ad illustrare la Parigi in continua e tumultuosa trasformazione della seconda metà dell’800 e lasciando troppo spesso sullo sfondo la vicenda artistica e di vita di Manet stesso. Di sezione in sezione si delinea la modernità incalzante di quella prima città veramente contemporanea che fu Parigi: la classe borghese che si afferma come dominante, l’epoca di Napoleone III, il riassetto urbanistico del Barone Haussmann, l’architettura del ferro, i boulevards, i grandi magazzini, luci, vetrine, teatri, balletti, la nascita dell’Opéra Garnier, i caffè concerto, le serate mondane, ma anche la miseria che è ancora presente ai margini della società.

Parigi è il cuore del mondo dell’arte (ruolo che manterrà fino alla metà del 900) e sono proprio gli artisti, Manet per primo, a rappresentarne la sua ascesa, ma anche i suoi lati più oscuri, la disarmonia sociale di fondo. Nei dipinti del secondo ‘800 a Parigi vi è la classe borghese dei balli al Moulin de La Galette, delle passeggiate al parco o dei pomeriggi trascorsi sul balcone, ma anche il bevitore di assenzio, la vagabonda cacciata via coi suoi bambini, le prostitute, i resti insomma di quel mondo che un autore come Émile Zola – peraltro estimatore e amico di Manet –  avrebbe così empaticamente raffigurato, ma a parole, nei suoi romanzi.

Il Balcone (1868-69) [fonte]
Certo in mostra non mancano alcuni capolavori di Édouard Manet, ed il privilegio di poterli ammirare da vicino vale da solo la visita. Il ritratto di Émile Zola (1868), rappresentato come un fiero giovane intellettuale nel suo studio; il Pifferaio (1866), meravigliosa opera vivida e viva, come lo sguardo curioso, intimidito, vispo eppure serio del piccolo musicista, nell’accostamento di campiture piatte e colori che così intensi non si erano mai visti, come quel “nero che appartiene solo a Manet”, come diceva Paul Valéry; il Balcone (1868-69), opera capitale e più volte citata e ripresa da altri artisti nel corso del ‘900. Tutte opere di grande formato, quello che prima era riservato solo alle narrazioni storiche ed ora invece diviene teatro per il romanzo della nuova classe borghese.

L’impressione è però che queste opere capitali (non solo nella carriera dell’artista, ma per la storia dell’arte in generale) siano state utilizzate solo come pretesto all’interno di un discorso più ampio che si distacca da esse e appare, alle volte, troppo prolisso: si voleva parlare di Manet, ma l’excursus sulla Parigi moderna prende il sopravvento. Una maggior essenzialità avrebbe giovato di sicuro ad una mostra che comunque ha il merito di delineare bene un periodo storico e celebrare a Milano una grandissima figura artistica, facendoci venire a contatto con alcune tra le sue tele più emozionanti.

 

(Il titolo dell’articolo è ispirato da un affermazione di Émile Zola, contenuta nel suo saggio “Manet”)

 

MANET E LA PARIGI MODERNA

a cura di Guy Cogeval, Caroline Mathieu, Isolde Pludermacher

dal 8 marzo al 2 luglio 2017

Palazzo Reale Milano

 

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