Haters e hate speech: gente che odia online. L’odio virtuale è reale?

“Abbiamo parole per piangere, parole per tacere,
parole per fare rumore.
Andiamo a cercare insieme
le parole per parlare”

Gianni Rodari

Gli haters costituiscono una presenza sempre più numerosa e minacciosa nel vasto mondo del web. Esprimono spesso, soprattutto sui social network, messaggi di odio estremamente violenti. Ma sono così anche nella realtà?

Poche serie TV hanno la capacità di interpretare la contemporaneità con la stessa lungimiranza e perspicacia di “Black mirror”, l’antologia di fantascienza distopica creata da Charlie Brooker. In questo caso, la puntata della terza stagione “Hated in the nation” ha saputo fotografare un problema che sembra condizionare sempre di più le forme di comunicazione del web, con un ritratto in chiave apocalittica. Nella puntata, varie personalità della politica, della musica e del giornalismo vengono uccise misteriosamente​, poco tempo dopo aver scatenato l’odio degli utenti di Internet per un comportamento non etico o impopolare. Le morti sono riconducibili a un inquietante concorso online creato da un hacker attraverso il violento hashtag #Deathto.

Ad usarlo per condannare moralmente i personaggi noti sono persone assolutamente comuni, con vite, famiglie e lavori quasi banali. Nonostante le minacce e gli insulti siano incredibilmente sanguinosi e la condanna spietata nessuno sembra rendersi conto della gravità della violenza espressa.“Stavo solo esprimendo la mia libertà di parola” si giustifica una degli hater, maestra d’asilo. L’hate speech è un fenomeno drammaticamente familiare alla maggior parte degli utenti della rete ed a manifestarlo sono persone di ogni età, ceto sociale, sesso e nazionalità. Tendenzialmente gli haters riversano il proprio odio contro chi ha un’opinione diversa oppure indirizzano la propria ostilità verso un’immagine idealizzata di “nemico”. Vittime di questi attacchi, oltre alle celebrità, sono soprattutto le minoranze: da quelle etniche a quelle religiose, dalla minoranza LGBT a quelle politiche. I risultati sono incitamento all’odio e cyberbullismo, con pesantissime conseguenze psicologiche per il bersaglio che si trova dall’altra parte dello schermo. È una forma di violenza che non sembra risparmiare nessuno: un recente video di Fanpage.it mostra infatti Ilaria Bidini, una giovane donna affetta da osteogenesi imperfetta leggere con estrema serietà una serie di insulti ricevuti online. La donna disabile, da mesi vittima di cyberbullismo per il suo aspetto, ha ricevuto quasi quotidianamente messaggi di un odio e di una ferocia estremi e nel video ne denuncia l’insensata crudeltà.

Eppure nessuno di questi comunicatori sembra riconoscersi nella rabbia che incanala nei pochi caratteri di un messaggio, un tweet o un post su Facebook. La percezione è che ciò che è virtuale, per quanto  disperatamente importante, non sia reale. Ma come sono gli haters nella vita di tutti i giorni? Da dove proviene e dove dimora questo odio? Cosa lo causa?

Il regista norvegese Kyrre Lien ha cercato di rispondere a queste domande nel documentario “The Internet Warriors”, arrivando a conclusioni inaspettate. Il documentario, frutto di tre anni di ricerche e di lavoro, segue la vita quotidiana di alcune persone che esprimono idee estreme, spesso totalmente illogiche, accanendosi online su alcune minoranze.

Lien viaggia negli angoli più remoti del mondo, dal deserto statunitense ai fiordi norvegesi, dal Galles alla Russia, per incontrare alcune di loro e scoprire chi c’è dietro la tastiera. Il regista, senza mai giudicare, intervista, tra i molti, un operaio inglese islamofobo che si scaglia contro gli immigrati perché arrabbiato col governo, un camionista della Pennsylvania che reclama il suo diritto di andare in giro armato, una giovane studentessa gallese che fa slut shaming alle star, un impiegato norvegese che odial’Islam e vorrebbe ripristinare il colonialismo, un complottista californiano convinto che l’esplosione delle Torri Gemelle sia stata orchestrata da Israele e una donna russa di 50 anni che accusa le persone LGBT di portare la nazione alla rovina. Curiosamente, nessuno dei misogini contattati da Lien ha voluto esporsi pubblicamente. Le persone che incontra sono molto diverse tra loro ma molte hanno in comune la profonda solitudine di chi si sente lasciato indietro dalla società e l’essere state in passato a loro volta vittime di bullismo. Secondo Lien, la società commetterebbe un errore imperdonabile se estromettesse del tutto queste persone o fingesse che non esistano, non solo perché ha fiducia nel loro cambiamento ma anche perché la società ha il dovere di ascoltare anche queste voci. Solo in questo modo, infatti, sostiene il regista, si potrebbe promuovere un cambiamento. L’impiegato norvegese, con l’arrivo di un collega musulmano e l’apertura di un centro di accoglienza per migranti nella sua città, è riuscito a cambiare la mentalità prima profondamente razzista che sfogava in ore di discussioni online. Afferma che il sé stesso di oggi litigherebbe su Internet con la persona che era stato se la incontrasse in un forum online.

Un progetto molto interessante contro l’hate speech arriva dall’Italia: è il Manifesto della comunicazione non ostile. Creato da una community di oltre 300 tra giornalisti, manager, politici, insegnanti, comunicatori, influencer e utenti del web, il Manifesto raccoglie in 10 punti come contrastare l’ostilità in rete partendo da sé stessi

Il Manifesto è stato presentato a Trieste il 17 e il 18 febbraio 2017 durante ‘Parole O Stili’, un progetto collettivo nato per far riflettere sulla non neutralita’ delle parole e sull’importanza di sceglierle con cura.

L’ideatrice Rosy Russo spiega così alla rivista Socialcom la finalità del progetto: “La rete sta diventando il luogo privilegiato dell’incitamento all’intolleranza, all’odio, alla diffamazione. Parole O Stili ha l’ambizione di invertire questo trend diffondendo online il virus positivo dell’inclusione e del rispetto grazie a una community capace di raggiungere quasi quattro milioni di persone su Facebook e quattro milioni su Twitter.”

Fonti:                                         Credits immagini:

Kyrre Lien.                                 Copertina

The internet warriors               Immagine 1

Black mirror                              Immagine 2

Rosy Russo                               Immagine 3

Manifesto comunicazione

Ilaria Bidini

Hate speech

 

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