Okja, quando gli ibridi Netflix scivolano sul tappeto rosso

Controverso, criticato, detestato e depennato dalla lista dei migliori film della 70esima edizione del Festival di Cannes, “Okja” si rivela un clamoroso buco nell’acqua.

 

Netflix calca la Croisette di Cannes; la notizia ci aveva colpito e ci aveva fatto ben sperare. Ben sperare starebbe a dire che ci aveva fatto pensare che se un festival dei più longevi ed influenti a livello planetario aveva aperto le porte alle nuove frontiere, lasciando spazio ad un cinema non proprio d’autore, ma anzi prodotto da una piattaforma online, ci sarebbe stato di che esultare. Del film in questione, “Okja” di Bong Joon – Ho, si era certi che non potesse essere un completo fallimento, e invece…

Okja è un super maiale, (un maiale mastodontico più simile ad ippopotamo), uno dei ventisei che la corrotta e losca multinazionale Mirando ha affidato a precisi allevatori, sparsi in tutti i paesi dove hanno sede le sue filiali, affinchè li crescessero e li preparassero a diventare il prodotto di punta da vendere nei supermercati di tutto il mondo. Quando Okja, decretato il migliore dei ventisei super maiali, viene strappato dalla squilibrata Lucy Mirando (Tilda Swinton) e dal perfido dottor Wilcox (Jake Gyllenhaal) alla famiglia di allevatori che ne ha avuta cura, in particolar modo alla piccola Mija, che con lui è cresciuta tra i boschi e le montagne della Corea, la ragazzina si lancia in un’impresa quasi impossibile: salvare Okja dal suo infausto destino e riportarlo a casa con l’aiuto dei membri di un’associazione animalista capitanata dal determinato Jay (Paul Dano).

 

Un film per ragazzi con una morale animalista e antiglobalizzazione ben chiara, quasi urlata a gran voce ancora prima che il film inizi a rodare, faticosamente. Basta percepire il sentore della costruzione di personaggi caricati e macchiettistici, di cui Lucy Mirando è l’esemplare più brillantemente riuscito, per entrare nell’ottica di denuncia a tinte young-adult di Joon – Ho, che non con parsimonia, si spreca a raccontare il più classico e gettonato dei legami tra una ragazzina ed una creatura geneticamente modificata dall’intelligenza fuori dal comune. Se Okja  – il maiale – è un incrocio tra Babe ed ET, il racconto della sua movimentata avventura verso il mattatoio non è altrettanto avvincente quanto quella dei sopracitati beniamini del cinema. Una corsa a perdifiato tra le vie di due metropoli diametralmente opposte (Seul e New York), che palesemente vengono contrapposte con il didascalico intento di mettere a confronto due mondi, non solo inconciliabili, ma anche culturalmente agli antipodi costituisce il centro di una narrazione poco d’impatto. Mija e suo nonno sono ambasciatori di una cultura ancestrale ed eremita, intaccata, solo parzialmente, dal tarlo del dio denaro, mentre la Mirando si impone come ingombrante marchio di fabbrica di una globalizzazione irrimediabilmente radicata Didascalismo su didascalismo, ovvietà su ovvietà per sensibilizzare una fetta di pubblico mediamente molto più young che adult e drammaticamente poco informata. Per alleggerire il tutto, il regista calca la mano insaporendo con uno slapstick e una comicità di parola vecchio stile, che annoia, per non dire che induce all’abbandono della visione.

 

Un grande cast, richiamato da strategie di mercato, più che da un vero interesse per il prodotto filmico messo in scena, si barcamena come può tra i flutti di una tempesta letale Se Swinton si dimostra maniacalmente calibrata nel suo trasformarsi in macchietta, Gyllenhaal trasborda in un’interpretazione grossolana ed impacciata, che porta a rivalutare il suo grande talento, già recentemente messo in discussione nel controverso “Animali notturni”.

Netflix, è il caso di dirlo, si sta facendo prendere dalla smania di ampliamento, anche grazie al continuo incentivo fornito da un pubblico fidelizzato, ma sta dimenticano di preservare la qualità dei propri prodotti creando ibridi sbandati ed ubriachi di suggestioni che attingono a toppi generi contemporaneamente, senza riuscire a combinarli in maniera omogenea. Il modello di indistruttibile produttore in serie sta, forse, iniziando a vacillare. E’ dunque lecito domandarsi cosa può aver portato uno scivolone simile sulla croisette a livello di visibilità festivaliera: invece di una svolta, pare che debba considerarsi una pacchiana e rovinosa caduta di stile.

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