Quando non violento significa vegetariano: la religione del Jainismo

 

Nel periodo che va dal 500 al 400 a.e.c. si ha una forte proliferazione di dottrine filosofico-religiose, in India, che si pongono come alternativa alla tradizione vedica. Tra queste, una delle più longeve ma ignote è il Jainismo.

Per alcuni aspetti molto simile al Buddhismo, con cui condivide il periodo di nascita, la religione Jaina non si è mai estesa più di tanto oltre i confini del subcontinente indiano e, anche in casa, non ha avuto la stessa fortuna. La contrario della “sorella”, però, questa filosofia di vita ha saputo mantenere salde le proprie radici, ed è ancora presente in India come un’influente minoranza.
La sua nascita, analoga a quella di molte tradizioni spirituali indiane, viene fatta risalire ad un maestro: Vardhamana Mahavira, che tuttavia nel Jainismo rappresenta solo il ventiquattresimo dei tirthankara (letteralmente “costruttori del guado” verso l’illuminazione), i guru rivelatori delle verità jaina in terra.
Si tratta di un principe di un piccolo clan che, rifiutando l’autorità tradizionale dei brahmani vedici, fonda un ordine monacale alternativo con credenze e scopi simili a quelli del Buddhismo.

Statua di Mahavira

In seguito ad un lungo periodo di meditazione e digiuno durante il quale taglia i contatti con la famiglia e col mondo esterno all’età di circa trent’anni, Mahavira giunge all’illuminazione, che per i jaina (appunto “seguaci del vincitore”) coincide con la vittoria sulle passioni e la materia e quindi con l’onniscienza. Il Jina (“vincitore”) inizia così a raccogliere discepoli e ad insegnare loro la verità di cui si sente portatore.
La prima verità consiste nell’idea di jiva, un concetto simile all’atman induista che identifica l'”anima“, il principio vitale di ogni cosa. Ogni pietra inanimata ha un jiva, che è però inferiore al jiva di una pianta o di un’animale poichè possiede una sensibilità minore. Opposto alla categoria del jiva è quella dell’ajiva, che comprende tempo, spazio e soprattutto la materia che si lega ai jiva.
E’ nella dialettica tra jiva e ajiva che si inserisce l’idea jaina del karman (letteralmente “azione“), una tematica squisitamente indiana, che questa volta è intesa come sostanza fisica che, appiccicandosi al jina, lo costringe alla materialità, e quindi al ciclo infinito delle reincarnazioni (il samsara, anche questo un tema quasi onnipresente in India). Unico modo per disfarsi del karman sarebbe quello di sfuggire alle passioni, che agiscono da vero collante tra esso e il jina, e arrivare così alla liberazione dal samsara e alla beatitudine del mondo immateriale dei jina puri.

Il simbolo Jaina della non-violenza

Liberarsi dalle passioni significa rinunciare ad ogni tipo di turpitudine che possa contaminare la propria trasparenza e limpidezza. Ogni atto violento, intrinsecamente passionale, è espressamente vietato e l’ahimsa, ovvero la non violenza, è fondamentale per una condotta morale. Nessun comportamento religioso è efficace senza l’astenersi dalla violenza, e questo comprende anche ogni tipo di violenza effettuata per procurarsi il cibo o per semplice noncuranza.
I jaina praticanti non solo sono rigidi vegetariani, ma sono attenti a qualunque tipo di vita possano evitare di nuocere. Molti filtrano l’acqua da bere per evitare di ingerire piccoli insetti, o addirittura spazzano accuratamente le superfici prima di sedercisi sopra. Paradossalmente, perfino coltivare la terra è evitato dai jaina, a causa delle inevitabili uccisioni di piccoli animali e insetti che lavorare il suolo comporta, e così i seguaci di questa religione sono storicamente portati a lavori “incontaminati” quali quelli di commerciante e banchiere, ruoli che assicurarono alla comunità una certa ricchezza ed influenza, e che forse permise a questa minoranza di rimanere attiva per così tanti secoli nel mutevole e fervente panorama spirituale indiano.

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