Creazione e costruzione della memoria pubblica: l’UNESCO è finzione?

La memoria è stata un tema caldo del novecento, soprattutto in relazione alle narrazioni nazionaliste della storia ufficiale di molti regimi autoritari, ma curiosamente anche in riferimento a strutture molto più “illuminate” come il patrimonio dell’umanità UNESCO.

Comunemente si intende la memoria come un semplice strumento cerebrale che permette la rievocazione di eventi passati, in maniera non dissimile dalla funzionalità di una cinepresa. Anche la tradizione psicanalitica per gran parte si basava sull’idea di ricordi più o meno corretti cronologicamente che avrebbero creato patologia una volta repressi e sublimati in psicosi. L’indagine antropologica, però, ci offre un interpretazione assai diversa.

Docente a Cambridge negli anni ’30, Frederic C. Bartlett intendeva una visione “interpretativa” della memoria, sostenendo che il ricordare implicasse uno “sforzo verso il significato” focalizzato sul presente. Ricordare significherebbe non rievocare dati immagazzinati, ma tentare ricostruire a posteriori  il passato a seconda degli intenti e delle emozioni del soggetto al momento presente. Da questi primi passi prende ispirazione Ulrich Neisser, fondatore dell’approccio “ecologico” alla ricerca sulla memoria, che si focalizza sulla necessità di ricollegare le attività mnemoniche con il contesto pratico in cui esse vengono impiegate.

Sulla base di questi suggerimenti, è stato introdotta l’idea di “copione” mnemonico: un termine che sottolinea la natura narrativa e densa di significato attuale del ricordo, che cerca una propria coerenza interna indipendentemente dalla verità storica.
E’ da questo nuovo concetto che la ricerca ha collegato il ricordo soggettivo con la memoria sociale, considerando come tali schemi mnemonici potessero essere retaggio della cultura in cui l’individuo è immerso. Maurice Halbwachs, già dalla prima metà del novecento, si concerta sul concetto di rappresentazione collettiva, intesa come una categoria di pensiero che precede l’elaborazione individuale ma è radicata nella prassi e nella ritualità pubblica.
Secondo Halbwachs, l’atto stesso del ricordare è impossibile se non in dipendenza di determinati schemi, i quadri sociali, che non solo selezionano i ricordi, ma li producono. I ricordi infatti non sono mai conservati, ma sono prodotti ogni volta nel presente usando una narrazione dettata dalle circostanze in cui l’individuo è immerso al momento.

Monumento ai caduti della Grande Guerra a Milano

Questa considerazione apre l’indagine all’analisi dei rapporti tra gruppi sociali e memoria, o addirittura tra identità del singolo e memoria pubblica. Si pensi ai monumenti, ai luoghi sacri, ai libri di storia: sono strumenti di memorizzazione pubblica e da essi dipende la consapevolezza storica delle persone anche in base al gruppo sociale (per esempio il credo religioso) di appartenenza. Importante è, in questo senso, considerare come sia stata importante, per i passati regimi nazionalisti e autoritari, offrire una narrazione storica che cantasse le lodi della nazione. Anche senza avere in mente situazioni di palese manipolazione culturale, si può considerare come l’identità sociale di un popolo possa costruire una memoria di sè assolutamente di parte, come nel caso della mancanza di attenzione per le imprese delle donne e di varie minoranze nella memoria storica occidentale. Emblematico è, nel caso del ricordo dell’olocausto, la noncuranza per le vittime o gli eroi (per fare un nome, Alan Touring) non eterosessuali nella storiografia post bellica, che era infatti prodotta da una società non meno omofobica del terzo Reich stesso.

Muro del Pianto

Seguendo questo lungo filo rosso si può persino arrivare alla “costruzione mnemonica” ( un termine che ha connotato puramente descrittivo e non vuole essere di condanna) più celebrata dalla post-modernità come può essere l’istituzione del patrimonio UNESCO. In questo caso è infatti molto evidente la profonda istituzionalizzazione della memoria pubblica, per la quale una commissione di specialisti giudica e crea un patrimonio universale da salvaguardare in virtù dell’enorme e virtuoso interesse che le nazioni unite paiono avere (in questo preciso periodo storico) per i monumenti e l’arte costruiti dall’uomo.

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