Quando la TV prova a sfatare i pregiudizi: Cose da non chiedere

Sono in genere proprio i media, in particolare quello televisivo, a rafforzare bias e pregiudizi attraverso immagini stereotipate e l’assenza di punti di vista multipli. Il programma TV “Cose da non chiedere” prova invece a rompere molti tabù e sfatare falsi miti.

Real Time, nonostante una vasta e disomogenea programmazione, ha dimostrato con più scelte la propria vicinanza alle istanze di numerose minoranze, affrontando temi piuttosto spinosi in Italia. La rete televisiva ha, per esempio, raccontato la quotidianità delle coppie interrazziali italiane con la docu-serie “I Colori Dell’Amore”, ha mostrato la vita delle famiglie omogenitoriali in Italia in “Di Fatto Famiglie”, ha raccontato degli immigrati di seconda generazione cinesi in Italia in “Italiani made in China” e ha illustrato la condizione della comunità transgender italiana attraverso una serie di brevi video-interviste in “Vite divergenti”.

Non ha quindi stupito la decisione di adattare alla televisione italiana il format del programma di BBC Three “Things not to say”. Il risultato è “Cose da non chiedere”, in onda dallo scorso 21 maggio, Giornata Mondiale della diversità culturale. Il programma, di volta in volta, affronta un tema diverso, nel tentativo di sfatare falsi miti. Ogni puntata, della durata di pochi minuti, espone la realtà di una determinata condizione (una forma di disabilità, un’origine extraeuropea, un’identità di genere meno conosciuta) attraverso la voce di chi la vive 24 ore su 24. Il programma mira a far riflettere lo spettatore sul peso che dovrebbe dare a frasi fatte e luoghi comuni che, anche usati con l’innocenza dell’ignoranza, potrebbero ferire le persone a cui sono diretti. Gli ospiti sono persone comuni (rom, nere, di bassa statura, trans, obese o Down, tra gli altri) che siedono di fronte alla telecamera singolarmente o in coppia e che estraggono da un contenitore una serie di bigliettini, che riportano le principali imbarazzanti curiosità che chi non vive quella realtà non ha il coraggio di esprimere ad alta voce.

L’intento del programma è apprezzabile: alla fine della puntata, accanto all’intervistato compare il suo nome, come a staccare la sua individualità dalla sua condizione e a mostrarlo nell’interezza della sua persona. Si notano però numerosi errori e sbavature, che potrebbero far pensare ad un’occasione di sensibilizzazione mancata. In primo luogo, è facile rilevare come la versione italiana del programma abbia perso quasi del tutto il velo di ironia del suo equivalente inglese, che ne rendeva la visione più piacevole. Molto più grave però il fatto che la maggior parte delle persone intervistate, anche se esponenti della realtà interessata, spesso non abbiano abbastanza competenze e conoscenze per poterne parlare in modo corretto e distaccato. La questione risulta particolarmente visibile nelle puntate centrate sul tema della disabilità. Tra le persone obese alcune negano il rischio per la propria salute, tra i ragazzi Down uno risponde “Sono Down” a “Cos’è la sindrome di Down?” identificandosi totalmente con l’anomalia genetica, mentre alcune delle azioni elencate dalle persone in carrozzina in risposta a “Che cosa invidi di chi non è in carrozzina?” possono essere e sono svolte correntemente da persone in carrozzina con patologie analoghe. Manca la voce autorevole di un attivista o di un esperto. Se da un lato, l’arma vincente di “Cose da non chiedere” è proprio una pluralità di opinioni e punti di vista, in che modo, vedendo il programma, una persona estranea ai temi può cambiare totalmente la propria idea e iniziare a relazionarsi alle realtà mostrate in maniera corretta?

Credits immagini: Real Time, Mario Peretti

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